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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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INDICE DEI CONTENUTI 


1 DARIO.003 (20 / 04 / 92) Roma 

- Necessita' di una filosofia per il computer 

2 COMUHIC.FI (29/ 07/ 91) Firenze 

- Per la costruzione di un'agenzia di comunicazione 

3 SPLEEN1.ASC (11 / 04 / 92) Bologna 

- Spleen e posizioni fetali nella multimedialità 

4 BOZZA.TXT (11/04 / 92) Roma 

- Bozza di documento per il convegno di giugno '91 

5 SCHEDACO.DOC (27/06/91) Venezia 

- Scheda commissione comunicazione 

6 RELCOM.TXT (02 / 07/ 91) Venezia 

- Relazione conclusiva Commisione comunicazione 

7 AUT49CYB.TXT (15/07/91) Padova 

- Cyber.Doc 

8 FlNESOC.DOC (22 / 01 / 92) Bologna 

- L'oscura euforia dei viceversa 

9 POLEFIN1.SOC (20 / 04 / 92) Modena 

- Polemica rispetto a Polefine.doc 

1 0 LASTWORD.DOC (22 / 04 / 92) Bologna 

- Interzone, valore, ideologia: una sintesi 

1 1 ELOGIO.TXT (01/03 / 92) Padova 

- Elogio della videoscrittura 



1 File : DARI0.003 


MONTEPULCIANO 16/04/91 

Al COMPAGNI DI ROMA DA PARTE DI DARIO 

PACCINO 

Con preghiera di sollecita risposta a questo testo e 
di sollecita trasmissione dello stesso alle situazioni 
presenti alla riunione a Roma del 14 scorso. Gra- 
zie. Cordialmente. 

Bozza del progetto di comunicazione per la tra- 
sformazione radicale. 

1) Nulla vieta che si continui a parlare di comuni- 
cazione antagonista, termine pero' che, personal- 
mente, non ritengo propio, ritenendo comunica- 
zione antagonista solo quella del dominio, antago- 
nista contro uomo e natura, e, particolarmente, 
contro la verità' che e' quella di una produzione 
antagonista (spogliarne nove per arricchirne una) 
comunicata invece come insuperabile livello delle 
forze produttive, e dunque, direttamente o indiret- 
tamente, fruttuosa per le generalità'. Per contro la 
nostra comunicazione (dialogante, il contrario di 
quella monologante del dominio) non può' non 
correre (qui e ora) lungo i binari delle undici di 
Marx su Feurbach, sulla trasformazione tesi che 
concludono, notoriamente, con I' imperativo cate- 
gorico di trasformare il mondo dislocando cosi' la 
storia dal nefasto terreno della menzogna a quello 
feroce della verità'. 

2) Ciò' permesso un' altra premessa ancora. Fon- 
damento di ogni critica osserva Marx nella introdu- 
zione alla critica del diritto pubblico di Megel, e' la 
critica della religione religione che costituisce il 
capovolgimento preliminare di ogni realta' ponendo 
in principio il verbo (l‘ idea) che si fa carne, la co- 
scienza che si fa' storia mentre in realta' e' la filo- 
sofia ad essere figlia della storia e non viceversa, 
filosofia che poi incide appunto attraverso la co- 
municazione sulla storia. 

Concetto in questo contesto da leggere quale ri- 
flesso di una teoria del cambiamento radicale post 
positivismo marxista senza cadere pero'nell' onto- 
logismo che postulava I' esistenza di Dio (l'idea) 
per il solo fatto che per logico pensarlo, quando 
come appunto ha dimostrato Kant non si da pen- 
siero, per quanto logico possa apparire, che possa 
determinare I' esistenza. 

Di qui r impossibilita' (con riferimento a questa no- 
stra realta' storica) di disgiungere (nonostante I' era 
atomica) il binomio marxiano armi della critica cri- 
tica delle armi non essendoci critica per quanto 


rigorosa che possa sussumere il movimento reale 
della storia funzionante si tratti dell' attuale appa- 
rente pace 0 dell' appena vista guerra apocalittica 
del Golfo, in forza delle armi che non si riducono 
ovviamente a quelle militari regolarmente operante 
bastando come s'e' visto nella guerra fredda mag- 
gior capacita' di deterrenza tecnologico finanziaria 
0 anche semplicentìsmo ideologico) propio per 
questa sua asettica concezione della religione 
come pura forza produttiva del dominio. Altro ele- 
mento positivo della menzogna ideologica romana: 
si trattava di religione politeista, senza dunque al- 
cuna pretesa di universalità', per cui tutti gli dei del 
mondo potevano trovare ospitalità' a Roma, ecce- 
zione fatta, naturalmente, per gli dei del giudaismo 
e del cristianesimo, religioni monoteiste, per le 
quali r attributo dell'universalità', anziché che all' 
imperatore romano, spettava ai sacerdoti deposi- 
tari della verità' suprema, appunto il dio delle due 
rispettive religioni. 

4) Se i roghi hanno incenerito milioni di streghe e di 
eretici, se milioni di esseri umani hanno perduto la 
vita nelle guerre di religione, se oggi riteniamo che 
questa nostra democrazia proprietaria con relativi 
linguaggi e forme comunicative debba valere per 
tutti i popoli del pianeta, e' in ragione 
(ideologicamente) dell'infausto trapasso dal poli- 
teismo al monoteismo, monoteismo che non può' 
richiedere proselitismo e guerra, un tempo solo 
quella guerregiata, oggi anche la guerra inerente 
all'imposizione col vigente modello produttivo della 
divisione sociale del lavoro planetaria che piu' ci 
convenga spiritualmente e materialmente. 

5) Un universo monoteista, il nostro, che Susan 

George definisce regime planetario dell' apartheid. 
Come dire che allo stesso modo che la maggio- 
ranza dei bianchi, in Sudafrica, ritiene sacrosanta 
la segregazione schiavista dei neri, cosi la mag- 
gioranza degli (nel fax non si capisce il se- 

guito) 

6) Due le specie umane tra coloro che partecipano 
a tale convinzione, i " cattivi " e i " buoni " coloro 
che Marx definiva rispettivamente " fatalisti " e " fi- 
lantropi ". Esemplificando: Indro Montanelli e 
Rossana Rossanda, il primo che giustifica lo stato 
di cose presente come un dato di natura, sul quale 
non vale piangere, e la seconda che ritiene che il 
rimedio ci sia e consista in cosi' potenti (quelle 
contenute nel suo cervello) armi della critica da 
poter sussumere irresiduatamente I' ormai obsoleta 
critica delle armi, per cui si torna a scelta all' opera 
di conversione dei malvagi (i padroni) attraverso la 
grazia di Dio o alla resurrezione della meritata- 
mente screditata ragione strumentale illuministica. 



7) Materialità' storica quella dei buoni e cattivi dell' 
attuale consumismo oppurtunatamente protetta 
dalla tecnologia (della guerra guerreggiata e della 
pacifica e pacifista guerra inerente alla produzione 
antagonista) del dominio atomico cibernetico. 

Consumismo magari deprecato a parole anche 
perche' non raramente se ne coglie la realta' me- 
taforizzabile in un treno senza piu' controllo in ra- 
pida corsa verso I' annientamento della specie se 
non dello stesso sistema della vita: consumismo 
comunque cui siamo ormai cosi' assuefatti, da 
pensare che perderlo sarebbe lo stesso che tor- 
nare alla preistoria, per altro senza alcun vantaggio 
per i neri del nostro apartheid, se e' vero che uno 
sviluppo come il nostro non e' generalizzabile a 
scala planetaria per piu' che evidenti ragioni eco- 
nomiche ed ecologiche nonché' normali se la no- 
stra democrazia richiede un carburante miscelato 
con sangue e petrolio. 

8) Questo il punto: che l'onnipotente dio tecnolo- 
gico-consumistico e' si di matrice padronale fa 
comodo alla grande maggioranza degli occidentali 
per cui esso s'e' fatto oltre che senso comune 
sangue del nostro sangue. Con la conseguenza 
che la nostra comunicazione propio perche' fina- 
lizzata a una trasformazione radicale, non può' non 
essere avvertita ancor piu' che come ereticale e 
sovversiva come demenziale al punto che per le- 
cito ipotizzare che se disponessimo di tutte e tre le 
reti televisive statali ne saremmo cacciati in breve 
tempo a furor di popolo dovendosi per avere suc- 
cesso far cambiare con le sole armi della critica 
forma mentis alla generalità', evento cui possono 
credere solo colonelli verdi, cristiani progressisti e 
patiti del comuniSmo, abrogando la produzione 
antagonista della valorizzazione capitalistica e 
inerente divisione sociale del lavoro su scala mon- 
diale. 

9) Tutte cose da tener presenti non già' ovvia- 
mente per un miraggio di resa ma per renderci 
conto che la nostra comunicazione non può' scim- 
miottare r edonismo comunicativo imperante, ne I' 
accademico dibattito delle idee, e neppure la con- 
troinformazione intesa come un arsenale di dati da 
sparare (come tanti Patriot contro altrettanti Scud) 
contro il diuturno bombardamento comunicativo dei 
nemico, ma deve invece consistere in un agire co- 
municativo che non può' mai perdere di mira, par- 
tendo dalla valutazione realistica può' non di- 
scendere dal movimento reale, trasformazione che 
non sia fatta tra i dannati dell' attuale apartheid. 

10) Comunicazione dunque diversificata per arri- 
vare (con i piu' oppurtuni mezzi) quanto ai parroci 
tanto all' emarginazione quanto a chi pur dentro la 


cerchia dei garantiti (i protagonisti delle rifondazioni 
comuniste europee ?), riesce ancora a capire che 
la garanzia di cui gode basta un niente per dis- 
solverla dal momento che le decisioni del comando 
centrale del capitalismo concernono intere regioni, 
se non continenti quando non addirittura il pianeta 
che Sara' sicuramente ridisegnato in conseguenza 
per citare una piaga fra le tante dell' effetto serra 
(frutto dell' antagonismo produttivo contro uomo e 
natura), per i quale si prevedono esodi penalizzanti 
non meno di un miliardo di vittime (i curdi di do- 
mani per i quali nessuno piàngerà') 

11) Di qui la proposta fatta, nella riunione a Roma 
del 14 Marzo di un bollettino (con frequenza da 
stabilire dopo la fase sperimentale) finalizzato nello 
stesso tempo a produrre sintesi comunicativa e a 
porre le basi per la redazione di annali della co- 
municazione e delle lotte: obiettivo da realizzarsi 
collettivamente dandoci se possibile come prima 
scadenza (il numero zero) la meta' del mese pros- 
simo per poter poi presentare il primo numero a 
Venezia nei giorni del convegno internazionale in 
programma. 

12) Questa la dinamica che propongo: ogni situa- 
zione mi faccia pervenire al piu' presto una risposta 
critica a questo mio testo e una sintesi di quanto 
ha comunicato sulla guerra nel Golfo e sul nuovo 
ordine internazionale per quanto concerne I' Oc- 
cidente per un verso ed Est e Sud per I' altro 
(come si prevede che verrà' modificato, in conse- 
guenza dell' Apocalisse esibita dall' America nel 
Golfo, il vigente apartheid sia fra i benefici che fra 
le vittime e fino a che punto si presume che il ri- 
volgimento investa in negativo le sinistre istituzio- 
nali europee). Anche se questo mio testo richie- 
derebbe un ampio e approfondito discorso critico e' 
chiaro che volendo disporre del numero zero del 
bollettino per I' incontro in programma a meta' 
Maggio si deve fissare un termine temporale e 
spaziale. Tempo: materiale trasmesso entro pochi 
giorni. Spazio: non piu' di cento righe (di trenta 
battute ciascuna) per la risposta al testo e non piu' 
di sessanta (sempre di trenta battute) per una sin- 
tesi di una comunicazione fin qui fatta sulla guerra 
del Golfo e sul nuovo ordine mondiale (o il contra- 
rio per chi preferisca sessanta righe per la critica 
del testo, cento per la sintesi comunicativa, I' im- 
portante e' che complessivamente non si superino 
le centossesanta righe), lo poi coordinerò' il tutto 
per pubblicare nel numero zero: 

a) Una breve introduzione esplicativa 

b) Questo mio testo 

c) Un' essenziale esposizione delle risposte e delle 
sintesi 



2 


File : COMUNIC.fi 


d) Proposte di base all'esperienza delio stesso 
numero zero. 

Cordialmente, buon lavoro, Dario. 


PER LA COSTRUZIONE 
DI UN'AGENZIA DI COMUNICAZIONE 

Questo documento, oltre a presentare un progetto 
di massima per la creazione di un'Agenzia di Co- 
municazione, è un esplicita proposta a lavorare ed 
a collaborare con essa. 

Il documento si divide in due parti. Una prima parte 
dove si delinea il ruolo della comunicazione nel si- 
stema-mondo e, ciò che noi intendiamo per co- 
municazione. Una seconda parte che mette a 
fuoco la necessità di agire sul terreno della comu- 
nicazione e individua dei primi terreni di applica- 
zione. Quello che proponiamo è un sistema comu- 
nicativo non una serie di momenti staccati fra loro. 
Il progetto funziona se riesce a mettere in atto 
meccanismi di comunicazione, capaci di fare ten- 
denza in città, capaci di contribuire al superamento 
dell'esistente. Per far questo occorre l'energia, 
l'impegno diretto, la creatività, il sostegno finanzia- 
rio di tutti coloro che ritengono necessario il supe- 
ramento dello stato di cose presente. 

Pensiamo che occorra un lasso di tempo (grosso 
modo da ora all'autunno) in cui sperimentare le 
funzioni di agenzia. Per definire ed impostare 
l'attività di Agenzia è convocata una prima riunione 
per Mercoledì 3 Aprile, alle ore 21, in Via di Mezzo 
46. 


1. COMUNICAZIONE E DOMINIO UN BINOMIO 
INSCINDIBILE 

Nel villaggio globale della società massmediata 
che si avvale dei satelliti la Comunicazione ha la 
natura di merce eccellente, consentendo, oltre alla 
valorizzazione dei profitti delle industrie del settore, 
la valorizzazione di tutte le altre merci. Processo, 
questo, che avviene attraverso la costruzione di un 
senso comune capace di determinare status 
Symbol e di indurre "bisogni" di consumo. Senso 
comune che non serve solamente ad imprimere 
particolari tendenze al mercato mondiale, ma trova 
la massima espressione nel legittimare le forme di 
dominio e di comando. Non solo l'opinione pub- 
blica è espressa da chi e da come i media vogliono 
far parlare, vogliono far vedere; il senso comune 
pretende di identificare e far identificare l'opinione 
pubblica con l'interesse generale. Interesse gene- 
rale costituito dalle "magnìfiche e progressive sorti 
del capitalismo" - il profitto. La comunicazione non 
costruisce l'opinione pubblica, come troppi conti- 
nuano a pensare, la sostituisce, la esautora. 



L'esempio della guerra del Golfo è troppo vicino 
per non essere rivisitato. 

Come tutti gli specialisti anche gli esperti di comu- 
nicazione sono incorsi nell'errore di assolutizzare la 
propria branca separata di competenza finendo per 
dimenticare alcune elementari verità : 

- le strutture e le tecniche della comunicazione 
sono esse stesse figlie delle guerre e della ricerca 
militare (codificazioni, satelliti...) ; 

- la comunicazione di per sè risponde ad una lo- 
gica di guerra, dal banale potere di dire e non dire 
al controllo dei tempo, alla simulazione della realtà 
fino allo sdoppiamento di essa ; 

- la comunicazione è una delle armi strategiche sia 
nei confronti deH'awersario che degli eventuali 
movimenti disfattisti nelle retrovie è perciò indi- 
spensabile oscurare l'orizzonte esplorativo 
dell'opinione pubblica ; 

- Cleaning for... non è un salto indietro nel tempo 
imposto da retrive gerarchie militari. 
ETapplicazione del complesso militar-comunica- 
tivo deH'imperialismo della lezione del Vietnam. 

I bombardamenti su Hanoi, sulla pista di Ho chi 
min fecero il giro del mondo dando, molti anni 
prima del film, l'idea dell'Apocalypse now. Immagini 
che hanno avuto un effetto simile ai giovani di Tien 
an men che resistono di fronte ai carri armati. Im- 
magini che l'imperialismo circuita solo se avven- 
gono al di fuori del proprio campo di dominio. Pro- 
prio per evitare effetti Vietnam. 

Sono bastate semplici misure ; 

- limitare le immagini. Hanno il difetto di finire per 
travolgere le parole dei commentatori. Vanno se- 
lezionate, sottoposte ad opera di taglio e ricucitura 
per confezionare messaggi che siano inequivoca- 
bili come segno e senso ; 

- Far passare come agente di guerra solamente 
l'avversario. Sordo e sprezzante di ogni inziativa 
intrapresa dai nostri politici e diplomatici, insensi- 
bile agli appelli lanciati delle più alte autorità morali 
(Papa polacco) ; 

- Stordire l'ascoltatore bersagliandolo con comu- 
nicati criptici ed interviste ai potenti che hanno il 
duplice scopo di farlo sentire incapace di intendere 
ed al tempo stesso rassicurato dal fatto che i suoi 
interessi sono comuni a quelli di tutto il "Mondo li- 
bero" ; 

- Far pesare l'awenuta soprapposizione fra media 
ed opinione pubblica, cosicché è tutto un problema 
di specialisti ed operatori dell'Informazione. La 
voce popolare non può sparire daH'immaginario 
collettivo, compito che viene assolto dai sondaggi 
che la implementano costantemnte a tempo reale 
con l'evoluzione degli avvenimenti. Sondaggi 
d'opinione che, è bene ricordare, la stessa indu- 
stria pubblicitaria Usa ha abbandonato alla fine 
degli anni '50 perchè inattendibili. 


Al posto della guerra l'esempio poteva essere il 
rapporto Nord-Sud o l'ecocidio perpetrato ai danni 
della biosfera, nel mentre crescono le trasmissioni 
dedicate all'ambiente ed alla crescita di una co- 
scienza ambientale... 

Riteniamo che la questione centrale non sia più 
l'opera di manipolazione delle notizie, le tecniche di 
persuasione più o meno occulte. Oggi i Media ma- 
nipolano la realtà per intero, niente di meno. Per 
far questo si avvalgono di tutto il Know-how ere- 
ditato dalla ricerca militar-spaziale e di un'industria 
di alta specialità in grado di trattare qualsiasi merce 
comunicativa, da uno spot, un messaggio, 
un'immagine o qualsiasi altra combinazione per 
farla consumare e metabolizzare nel modo più 
proficuo. 

Sono ormai numerosi gli studi che analizzano e 
mettono a nudo queste tecniche e non possiamo 
che fare esplicito riferimento ad essi, limitandoci a 
sottolineare l'irreversibilità del linguaggio di guerra 
assunto dall'Industria della comunicazione e che 
sgombra il campo da passate letture ideologiche 
che vedevano nei Media il solo elemento della mi- 
stificazione ed affidavano ai compagni il ruolo di 
controinformare, o di decodificare, agendo sempre 
di rimessa ed in maniera sistematicamente subal- 
terna. 


2. COMUNICAZIONE PER IL CAMBIAMENTO 

Nella Comunicazione per il dominio il primo ter- 
mine diventa parte del secondo, non può vivere al- 
trimenti. Non c'è comunicazione senza alta tecno- 
logia scandita dai tempo impercettibile all'uomo del 
miliardesimo di secondo(nanosecondo), con il di- 
stacco che questa comporta rispetto ai tempi ed 
alle categorie comunicative controllabili dagli esseri 
umani. Spariscono tutte le tecniche più elementari 
di comunicazione ed il senso è preciso: non c'è 
niente da scambiare, non è questo il tema della 
comunicazione. Comunicare per il dominio significa 
far assumere comportamenti, indurre bisogni, 
legittimare norme, quotare valori. 

Eppure tutti ricordano, si potrebbe dire parafra- 
sando Orwell, che per comunicare con gli altri bi- 
sogna solamente avere la voglia di farlo. Si comu- 
nica con segni e gesti, si comunica parlando, can- 
tando, scrivendo. ..Gli strumenti possono essere i 
più diversi da una manciata di sassolini ad una 
coperta per alzare segnali di fumo all'alta tecnolo- 
gia. Questo non significa che gli strumenti siano 
indifferenti, che conta solo chi gli usa. Significa che 
innanzitutto occorre riappropriarsi del senso del 
comunicare: inchiesta, analisi, comprensione, co- 
noscenza per trasformare. 



Per noi comunicazione significa far sapere ed agire 
la critica radicale e sistematica allo stato di cose 
presente. Comunicazione è partire dalla cruda re- 
altà per provare a modificarla ; comunicazione è 
contropotere, contrapposizione permanente al 
linguaggio di guerra del dominio, non con la co- 
struzione di modelli speculari ad esse, ma di segno 
opposto, ma come capacità di restituire al soggetto 
la forza e la natura del comunicare all'interno di un 
sistema comunicativo -concepito come reticolo di 
relazioni, costituite attorno ai valori di fondo della 
nostra esperienza, eguaglianza, solidarietà, co- 
munanza, autonomia, autogestione, internaziona- 
lismo. 


3. UN SISTEMA COMUNICATIVO 

Dar vita, dentro questi orizzonti, ad un sistema co- 
municativo non significa, semplicemente, dotarsi di 
una serie di strumenti più potenti e moderni. Non 
sono gli strumenti a costruire un sistema comuni- 
cativo ma i soggetti. L'utilizzo degli strumenti serve 
a far funzionare il sistema comunicativo nel mi- 
gliore dei modi possibile. Questo comporta 
estrema chiarezza su alcune questioni. 

1) Consapevolezza della natura degli strumenti che 
finiremo per utilizzare. Sappiamo, io abbiamo 
scritto e spiegato in numerosi documenti, che la 
scienza oltre a non essere neutra è direttamente 
forza produttiva del capitale. Nelle sue applicazioni 
tecnologiche non c'è solo l'elemento produttivistico 
della velocizzazione; c'è oggettivato, il dominio del 
capitale sull'umanità che diventa dominio della 
macchina sull'umanità stessa, concepita come 
estensione della tecnologia. Pensiamo al compu- 
ter, ad esempio, di cui si strombazza da tante parti 
la presupposta natura democratica. Non ci inte- 
ressa, in questo contesto, ricordare e ribadire 
l'aumento del tasso di sfruttamento determinato 
dall'introduzione dei sistemi informatizzati nei posti 
di lavoro. Ci interessa aver chiaro cosa rappre- 
senta uno degli strumenti che più useremo 
nell'attività di Agenzia. Partiamo dall'ovvia e stra- 
citata formuletta che non c'è niente di più imbecille 
di circuiti che rispondono alla logica binaria, al 
passaggio o non passaggio di elettricità. Formula 
che consente un approccio psicologico di superio- 
rità dell'uomo sulla macchina dalla chiara funzione 
rassicurativa. Ben diversa, poi, la realtà. Il compu- 
ter è progettato per essere usato da chi non co- 
nosce nè la sua struttura fisica (hardware) nè tan- 
tomeno i sofisticati programmi applicativi (software) 
che servono ad elaborare i dati che supinamente 
l'operatore immette. Una espropriazione completa 
quindi, accompagnata da ulteriori e più profonde 
espropriazioni. Quella del percezione dei tempo. 


ad esempio. Il computer viagga a nanosecondi, 
unità temporale impercettibile per gli esseri umani. 
Espropriazione del linguaggio che avviene a vari 
livelli, a seconda della collocazione lavorativa : dal 
linguaggio-macchina vero e proprio, ai linguaggi di 
programmazione, ai linguaggi sempre più vicini al 
nostro, tutti mantengono caratteristiche di interfac- 
ciamento dell'uomo con la macchina, snaturando il 
nostro linguaggio con una sostanziale perdita di 
costrutto e di svolgimento. 

Espropriazione della memoria, perchè mentre si 
distrugge la memoria storica, mentre si distruggono 
i canali classici della trasmissione di memoria a 
cominciare dalla memoria orale, la società 
cibernetica prevede la conservazione di memoria 
in appositi supporti magnetici (memorie di massa). 
Espropriazione dalla realtà perchè si perde il con- 
fine fra il reale ed il mondo virtuale della simula- 
zione, inducendo molteplici forme di schizofrenia e 
di psichiatrizzazione del quoditiano. 

Questa premessa serve a porre l'accento sulla 
necessità di una piena consapevolezza della na- 
tura degli strumenti che si adoperano in modo da 
non far insorgere pericolosi abbagli 
sull'onnipotenza dei macchinari. 

2) Consapevolezza che si collega all'assunzione di 
un metodo teso a dimensionare i problemi tecnico- 
organizzativi dentro il progetto generale di comu- 
nicazione antagonista di cui siamo portatori. Chia- 
miamo Comunicazione la capacità/possibilità di 
svelare e rendere percettibili, usufruibili, compren- 
sibili le mille realtà di alienazione e sfruttamento 
prodotte dalla cosiddetta società complessa -e la 
cui frantumazione propria del tessuto metropolitano 
rende possibile al dominio governabilità ed esten- 
sione del controllo sociale. Comunicazione volta a 
interpretare la realtà non per specchiarvisi ma per 
rivoluzionarla. Comunicazione che diventa verifica 
della critica radicale alla presente organizzazione 
sociale fin nei suoi tratti più nascosti, ma che si ri- 
velano decisivi nel detrminare il quotidiano di mi- 
lioni di esseri umani. 

3) Comunicazione è per noi rottura del mondo 
separato dell'informazione. Mondo separato che 
genera una vera e propria linea di montaggio che 
parte dall'espropriazione del produttore di azione. 
Primo processo: un atto, un messaggio viene tra- 
sformato in notizia. Il soggetto produttore compare 
solo in questa fase, quando il suo agire, il suo 
parlare, il suo comportamento viene intervistato, 
indagato, registrato. Finita quest'opera di vivise- 
zione il soggetto sparisce. Soggetto diviene la no- 
tizia, prodotta da chi è preposto, nella divisione 
sociale del lavoro, a raccoglierla. La notizia rac- 
colta viene confezionata e ne viene deciso l'uso più 
appropriato e consono, a seconda del momento. 



del contesto.... Dalla decisione d'uso dipende la ri- 
levanza e la forma con cui viene divulgata. Siamo 
all'ultimo stadio di produzione : la notizia è pronta 
ad essere consumata, usata politicamente. L'unico 
elemento certo è che nessuno raccoglierà il signi- 
ficato del produttore d'azione, tantomeno qualcuno 
risponderà ai problemi sollevati da quell'atto ini- 
ziale di cui la casta dei professionisti 
deN'informazione ha orami fatto perdere le tracce. 
Per noi il processo è radicalmente diverso. Il crite- 
rio è la promozione del soggetto comunicante e 
non l'intermediazione fra questo ed il mondo 
dell'informazione. L'informazione antagonista non 
può scimmiottare il comportamento delle agenzie 
di stampa; non filtra le notizie, magari colorandole 
con linguaggio e significato eversivo. Interagisce 
con il soggetto comunicante e ne promuove 
l'interazione sia con il tessuto sociale, sia contro le 
forme del potere. L'interattività funziona se riesce a 
dare diffusione al messaggio e al tempo stesso 
riesce a sottrarlo alle leggi del mercato informativo 
-che di volta in volta decide se spettacolarizzare e 
trasformare un atto in evento o se sommergerlo 
con il silenzio; mercato informativo che determina i 
tempi di decadimento dell'attualità di un argomento 
sulla base dei rilevamenti di audience e della sot- 
tomissione al potere. Il sistema comunicativo deve 
avere le caratteristiche della circolarità capace di 
restituire al soggetto l'atto o azione iniziale diffuso 
e cortocircuitato nella metropoli cosicché se ne 
possa awallere al fine di costituire la propria au- 
tonomia e utilizzare al massimo il significato e 
l'eventuale dirompenza dell'atto iniziale. 


4. AGENZIA DI COMUNICAZIONE PER UN 
SALTO DI QUALITÀ' 

Troppo spesso vediamo compagni valutare il por- 
tato di iniziative politiche in base all'eco che questa 
assumono nei media. Questo evidenzia, oltre alla 
giusta volontà di non essre trattati da invisibili, la 
necessità di rivolgersi al sociale, di mandare se- 
gnali, accettando per buona anche la forma total- 
mente travisata che il segnale assume nei media. 
Ebbene, pensiamo che sia possibile un salto di 
qualità, che sia possibile attrezzarsi per comuni- 
care e far comunicare direttamente, senza media- 
zioni. Qggi nelle aree metropolitante le pagine di 
cronaca o i notiziari locali di radio e Tv sono le 
uniche voci che parlano di quello che ci accade 
intorno. I Tg della Tv di Stato sono l'unica finestra 
aperta sull'Italia e sul Mondo. L'unica eccezione a 
questo desertico panorama è rappresentato 
dall'azione dei movimenti. Quando ci sono movi- 
menti c'è uno stravolgimento di segno. La comu- 
nicazione è assunta in propria è socializzata alla 
città con le lotte, le azioni dirette, i cortei, gli inter- 


venti di animazione, l'assedio dei luoghi di potere. I 
luoghi d'azione del movimento divengono punto di 
riferimento per chiunque voglia sapere e capire con 
la propria testa, sia disposto a farsi contaminare, 
voglia dire la sua o soltanto raccontare qualcosa. 

I media non possono esorcizzare i movimenti de- 
vono scegliere : o combatterli o farli passare come 
fatto di costume. In ogni caso devono subire il 
contropotere comunicativo, come ricomposizione 
sociale in atto. E' un processo che abbiamo visto e 
vissuto anche dopo un decennio dominato dalla 
restaurazione, dal cinismo, dall'indiferrenza, dal 
grigiore della democrazia blindata. Lo abbiamo vi- 
sto in strati sociali e situazioni differenti : nella ri- 
volta di Novoli contro l'inceneritore come nel movi- 
mento della Pantera, nei punti alti dell'esperienza 
dei centri sociali e delle occupazioni di case. 
Esauritasi l'onda d'urto dei movimenti prendeva il 
sopravvento la normalità scandita da infinite e di- 
verse sofferenze individuali che non fanno notizia e 
che non appaiono nemmeno comunicabili. E' la 
schizofrenia metropolitana che scandisce la vita 
attorno alla giornata lavorativa sociale nei suoi 
tempi composti: orario di lavoro vero e proprio, 
tempo gettato nello spostarsi, tempo dedicato alla 
riproduzione psico-fisica.. .Scompare qualsiasi 
senso comune che non sia quello del tirare avanti 
0 del consumare, diventa sempre più difficile ve- 
dere unitariamente la realtà e vederla insieme a 
molti altri. 

Tutti pare devono seguire i propri percorsi 
d'alienazione. E' il tacito assenso alia guerra del 
tutti contro tutti, specie se poveri. 

La costruzione di un'Agenzia di Comunicazione è 
un terreno pratico di opposizione a questa realtà. 
Un'Agenzia militante che nega il professionismo 
giornalismo, accorciando al massimo la distanza 
fra chi telefona o passa per far sapere qualcosa e 
chi si trova a dover raccogliere le comunicazioni. 
Un'Agenzia che non è una struttura di servizio e 
tantomeno è neutra, ma agisce come parte in 
causa negli avvenimenti che attraversano la so- 
cietà. 

Un'Agenzia che funziona se attiva una rete anta- 
gonista capace di appropriarsi della comunicazione 
per fare un salto in avanti nelle lotte e nei processi 
di autorganizzazione sociale. 

Un'Agenzia che funziona quindi, se riesce a col- 
legare, a dare forza e promuovere una rete comu- 
nicativa, concetto con cui si intende tutto il com- 
plesso della pratica sociale del conflitto. 

Rete comunicativa costituita da singoli e da collet- 
tivi, da forme organizzate e forme improvvisate. 



5. DELLE PRIME IPOTESI DI FUNZIONAMENTO 

Il funzionamento di un'Agenzia del genere non può 
che essere quotidiano. Un orario di apertura mat- 
tutino e pomeridiano preciso a cui tutti potranno 
fare riferimento. Questo implica la necessità di do- 
tarsi di strumenti (linee telefoniche, fax, mo- 
dem+computer, televideo...) e di rapporti organici 
sia con la rete comunicativa a cui ti riferisci 
(comitati e associazioni che agiscono nel mondo 
del lavoro, sulla solidarietà internazionale, sulle 
lotte ambientali, centri sociali, movimenti studen- 
teschi) che con i nodi informativi ufficiali (agenzie dì 
stampa, singole testate etc,). 

Rapporti che vanno concretizzati nella costruzione 
di strumenti ad uso collettivo che noi, per il mo- 
mento, crediamo di individuare in: 

- Un Notiziario quotidiano trasmesso via telefono, 
tenendo conto che il telefono è tuttora il media più 
diffuso e, relativamente, economico. Oon un 
gettone è possibile sapere e far sapere notizie che 
nessun media diffonde. Uno strumento di uso e, al 
tempo stesso, di sicuro impulso all'attivazione di 
soggetti comunicanti visto che basta un gettone 
per cominciare a comunicare... 

- Un foglio murale (dal lunedì al venerdì) che 
raissuma le comunicazioni e gli avvenimenti più 
significativi, con un numero limitato di copie e da 
appendere in spazi fissi (facoltà, centri sociali, 
scuole, altri punti di ritrovo...) 

- L'attività EON (European Oounter Network) che 
attualmente avviene a cadenza settimanale e che 
permette di avere e di diffondere le notìzie prove- 
nienti dal movimento antagonista nazionale ed in- 
ternazionale. Già nei 41 giorni della Guerra del 
golfo si è visto l'importanza di uno strumento si- 
mile. L'EGN viene diffusa settimanalmente. Gli ine- 
tressati possono passare a prenderla direttamente 
in Via di Mezzo 46 il Venerdì od abbonarsi per ri- 
ceverla via posta, fax, o modem. 

- Delle News letters che rappresentino, oltre 
all'Ecn, la nostra comunicazione diretta fuori 
dall'Italia. News letters da fare o come aggiorna- 
mento di situazioni, o sulle cose dove esiste lavoro 
in parallelo in diverse situazioni (es. ingegneria 
genetica). 

- Un canale di attenzione internazionale (in ac- 
cordo con Ecn e newsletters) capace di sviluppare 
contatti e rapporti ed anche di essere in grado, 
leggendo materiale in lingua, di far capire cosa 
succede altrove. 


- L'apertura di un punto distributivo di libri, riviste, 
gadget, fanzines, nastri ed altro materiale prove- 
niente dai movimenti. 

- La definizione di una VIDEOTEGA, con video 
prodotti da esperienze di lotta e films, come sicuro 
punto di riferimento per tutti coloro che organiz- 
zano serate e simili con questi materiali. 

- La messa appunto di una serie di basi dati infor- 
mativi, dal materiale di Agenzia a cataloghi dei 
Gentrì di documentazione agli indirizzari di movi- 
mento. 

- L'uscita di un bollettino mensile "Gomunicazione 
Antagonista" che risponda alla necessità di creare 
una 'opinione pubblica' in sintonia con i comporta- 
menti, le campagne, il dibattito del movimento an- 
tagonista offrendo un tramite di collegamento an- 
che individuale nella frammentazione metropoli- 
tana. Accanto al mensile la produzione di una serie 
di "Dossiers" monografici. 

- una finestra su ciò che accade in campo cultu- 
rale, dalla letteratura alla musica con l'attenzione a 
far capire dal dì dentro fermenti e tendenze di cui i 
media non danno traccia, o, se la danno, nella 
forma dell'accesso al mercato. 

- Un Seminario permanente sulla comunicazione 
antagonista che permetta, oltre alla riflessione sulla 
propria pratica ed alla discussione e studio di tec- 
niche ed interpretazioni, di entrare in contatto con i 
protagonisti delle iniziative in atto : dalle radio di 
movimento alle riviste politiche e controculturali ai 
fenomeni di stravolgimento della comunicazione 
ufficiale (hackers, cyberpunk...) 


6. STRUMENTI E GOSTI : FAR PARTIRE UNA 
GAMPAGNA DI SOSTEGNO 

Un progetto del genere presenta costi altissimi. 
Costi di acquisizione, e di relativa manutenzione, 
degli strumenti. Costi di esercizio (bollette, forniture 
materiale, assistenza legale). 

Perchè un'esperienza del genere possa sopravvi- 
vere è necessario che coloro che la ritengono utile, 
assummano in prima persona non solo il ruolo di 
collaboratori, ma anche quello di sostenitori fin da 
questo momento -organizzando feste, cene, col- 
lette, sottoscrivendo abbonamenti... 

Occorre altresì che, anche chi si trovi una volta 
sola, occasionalmente, ad adoperare uno stru- 
mento lo faccia con le attenzioni dovute al rispetto 
di avere a che fare con un patrimonio collettivo che 



rende possibile l'esistenza di una rete di comuni- 
cazione antagonista ed alternativa. 

Non dobbiamo inoltre dimenticare la vicenda del 
sequestro della posta indirizzata al Centro di Co- 
municazione Antagonista, e relativi processi in 
corso, che dimostrano come il potere non solo non 
sia disposto a regalare nessun spazio ma faccia 
dello strangolamento delle esperienze non omo- 
logabili. E' un precedente significativo del tentativo 
di costruire muri davanti ai compagni, costringen- 
doli a continui processi che significano tempo poli- 
tico perso e spese legali da sostenere. 


3 File : SPLEEN1. ASC 


SPLEEN E POSIZIONI FETALI 
NELLA MULTIMEDIALITÀ' 

1 . A rigore, la compiuta descrizione dei processi su 
cui il videodrome basa il suo attuale sviluppo e' già' 
contenuta nel "Manifesto del teatro nunico", pub- 
blicato a Parigi nel 1916 da Pierre Albert-Birot, 
drammaturgo amico di Apollinaire e fondatore della 
rivista "Sic". Il nunismo, fondato dallo stesso Birot, 
era basato sul tentativo di riprodurre sulla scena 
l'azione in tempo reale e la percezione 
"subliminale" di ciò' che accade intorno ad essa. 
Abolizione delle scenografie, sostituite dalla sem- 
plice luce; superamento delle unita' di luogo- 
tempo-azione; spostamento dell'attenzione 
suH'IMPREVISTO nelle sue svariate forme; infine, 
la proposta di un superamento in senso circolare 
della struttura tradizionale della sala, con la co- 
struzione di un teatro "centrifugo" in cui il pubblico 
sarebbe stato il perno su cui far ruotare l'azione, 
sviluppantesi sopra una piattaforma periferica gi- 
revole. 

Il nunismo non metteva minimamente in discus- 
sione l'esistenza della gerarchia pubblico-artista. 
Semplicemente, operava una reversione, trasfor- 
mando il "centro" ( cioè' il pubblico) in fruitore pas- 
sivo delle "periferie" rese oggetto di contempla- 
zione. Lo spettatore rimaneva tale, sottomesso , 
come nel teatro tradizionale, al codice della rap- 
presentazione teatrale. 

Cosi' ha iniziato ad operare il videodrome a partire 
da 10-15 anni fa, progredendo oltre la fase della 
standardizzazione massiva delle immagini, con 
l'uso domestico del videotape, l'introduzione dei 
primi rudimentali videogames, la crescita del feno- 
meno della pay-tv. Un'illusione di "centralità"' del 
ricettore (supposto non piu' tale), di partecipazione 
alla definizione del codice. Ma il ricettore e' rimasto 
spettatore, non fa che consumare codici già' co- 
struiti e programmati continuando a riferirsi, anche 
se indirettamente, al verticeemittente. Reversione 
non significa reciprocità', ne' tantomeno demassi- 
ficazione: si tratta di una "massificazione a misura 
d'individuo", in cui ciò' che conforma e' meno im- 
portante di do' che apparentemente distingue. Le 
uniche differenze tra questa fase storica delle te- 
lecomunicazioni e quella precedente, stanno nel 
fatto che il consumo di immagini avviene piu' in 
differita che in diretta ( floppy-disks, videocassette) 
e che ad essere "contemplato" non e' piu' il centro 
ma le sue estensioni periferiche (le realta' virtuali, 
in questa sorta di catena evolutiva, rappresento- 



ranno il massimo grado del reversibile, 
l'autodescrizione del soggetto come "periferica" del 
videodrome). 

O meglio, questo nuovo circuito diviene comple- 
mentare a quello della diretta sempre piu' osses- 
siva e onniawolgente, (la TVverita' di Rai3, la ge- 
stione spettacolare del conflitto nel golfo), 
deH'eterno presente televisivo creato dai collega- 
menti simultanei. L'unica scelta permessa allo 
spettatore e' in quale dei due circuiti rientrare, a 
quale sottoflusso del mediascape esporsi. 

Nel frattempo, questo processo imprime quotidiane 
accelerazioni alla tendenza in atto, l'estensione del 
ruolo di spettatore a tutti gli ambiti della vita so- 
ciale. Il consumo di immagini standard ha intaccato 
seriamente la nostra capacita' di vivere esperienze 
"reali", la percezione non si risolve mai in vera 
conoscenza, e siamo spettatori persino della no- 
stra alienazione, del nostro sfruttamento. 

Ma, come ha scritto Bifo in uno dei suoi rari mo- 
menti di lucidità', "Il mercato dell'attenzione e' so- 
vraccarico", troppe immagini si offrono al consumo, 
troppe informazioni ci costringono alla decodifica, 
cosi', questa "estasi sottocosto" si scolorisce mo- 
strandosi per ciò' che e' in realta' sempre stata: 
noia. E' probabile che il sensorio dell'uomo non si 
sia ancora adattato all'accelerazione in corso, cosi' 
finisce per convertire gli stimoli in spleen, atteg- 
giamenti blase's, feticismo deH'immateriale. Questa 
gamma di sensazioni e' paradossalmente scam- 
biata da molti per soddisfazione, sazietà', assenza 
di bisogni, mentre non e' che impotenza, incapa- 
cita' di esprimere il bisogno in un linguaggio "altro" 
da quello del videodrome. 

Nella visione allucinata di alcune "sirene d'allarme 
ottimiste", la funzione selettiva di questa esposi- 
zione a innumerevoli "blip di informazione brevi e 
modulari: pubblicità', comandi, teorie, frammenti di 
notizie, spezzoni di informazioni, che rifiutano di 
collocarsi ordinatamente nel nostro archivio men- 
tale preesistente"(1) viene citata en passant, come 
si trattasse di una cosa senza importanza: "alcuni 
non riescono a sopportare il maggiore stress o si 
chiudono nell'apatia o nella stizza. Altri emergono 
come individui capaci, di solida formazione, in 
grado di continuare a svilupparsi positivamente e di 
operare, per cosi' dire, ad un livello piu' alto". In 
realta' il ripiegarsi del capitale in una dimensione 
"post-" ( postindustriale: l'infusione di intelligenza 
al figlio del Frankenstein macchinico; postmoderna: 
la modernità' che sussume gli elementi anti-pre- 
moderni), mutando la composizione di classe pa- 
rallelamente agli EQUILIBRI DI CQMMISTIQNE 
all'interno della comunità' segnica, ha generato 


una nuova divisione tra inclusi ed esclusi: la rivo- 
luzione elettronica scinde la società' in diversi 
strati, che salgono da chi sa solo spingere pulsanti 
e non supera la fase deli'utìlizzo passivo, fino alle 
gerarchie di comando che stabiliscono i linguaggi, i 
codici di funzionamento, le condizioni di rever- 
sione. 

Ma come si risolve la ricerca di percorsi fissi da 
parte di chi e' esposto a questo ventaglio di flussi 
che un illustre futurologo chiama "cultura del blip"? 
"La comunicazione soccombe all'eccesso di 
'comunicazione'. 

L'esigenza che la percorre, di piu' fluidità', di inter- 
faccia, di trasparenza, produce in realta' piu' in- 
gorghi, da' vita ad un sistema di una inutile com- 
plessità', votato a effetti perversi.E' qui il 'vanishing 
point' della comunicazione, il punto in cui essa si 
eclissa per eccesso e per saturazione. La comu- 
nicazione a dosi massicce e che ci investe do- 
vunque e di continuo, ingenera una specie di 
spontanea difesa, la gente ne ha un parziale ri- 
getto, diventa incredula, sazia, indifferente. Ma e' 
una reazione solo in negativo, poiché' non si esce 
dal circuito integrato dei media , per parlarsi. "(2) 
No fun, ci si aggrappa con le unghie al reticolo 
multimediale per trovare un orientamento 
netl'indifferenza, mentre l'azione e' divorata dalle 
ulcere della noia. Spetta ad una nuova estetica si- 
tuazionautica garantire un'uscita dallo spleen che 
sia anche un allargare eventuali crepe nei condotti 
del videodrome. 

In attesa del compiersi dell'ennesima mutazione 
antropologica, torna d'attualita' la vecchia pro- 
messa situazionista: "Incontriamo in situazioni 
occasionali individui separati che vanno seguendo 
il caso. Le loro emozioni divergenti si neutralizzano 
e mantengono il loro ambiente di noia. Noi rovine- 
remo queste condizioni facendo apparire in qual- 
che punto il segnale incendiario di un gioco supe- 
riore". 


2. Da decenni gli studiosi di comunicazioni di 
massa studiano la "multimedialità"' come "griglia di 
percorsi": un quotidiano segnala un programma tv 
durante il quale viene presentato un film non an- 
cora uscito nelle sale. Esce il film, lo spettatore va 
a vederlo ,e nei titoli di coda legge: "La colonna 
sonora di questo film, eseguita dai ***, e' in vendita 
su cd, dischi e cassette $$$". Sulla copertina del 
disco sta scritto; "Iscriviti al *** fan club, tei & fax & 
modem & videotel etc etc". Quali sono i rapporti tra 
r'eccesso di comunicazione" e questa "rete di 
rimbalzi" creata dall'incrociarsi dei diversi flussi in- 
formativi? 



Riporto dal'intervista sul "Manifesto" del 5/4/1991 
al sociologo M. Abis, uno dei coordinatori dei pro- 
getto Mediaglobe, "ricerca qualitativa di analisi 
delia multimedialità'", nato nell'89 per esplorare i 
cambiamenti nella ricezione-consumo dei media: 
nelle aree metropolitane, dove il tempo, anziché' 
scorrere in modo "fluido", appare digitalizzato e 
strutturato in tanti blocchi, "la multimedialità' au- 
menta, nel senso che la gente vede piu' cose, 
legge piu' cose e valorizza di piu' tutte queste fasi. 

Dunque viene valorizzato il rapporto esplicito tra un 
media ed un altro (...) la multimedialità' e' un si- 
stema di protezione rispetto al tempo stressato 
metropolitano. E' una sorta di matriciona che 
s'interseca con le fasi del tempo e che da' alcuni 
percorsi fissi importanti che tendono a valere piu' di 
qualsiasi altra cosa". 

Già' in un breve saggio del 1903, "La metropoli e la 
vita spirituale" (3) ,il sociologo tedesco Georg 
Simmel descrive l'annoiato disincanto, 
l'atteggiamento "blasé"' , tipico dell'abitante della 
grande citta'. Secondo Simmel, l'uomo blasé' me- 
tropolitano e' un prodotto di "quella rapida succes- 
sione e fitta concentrazione di stimoli nervosi op- 
posti" che esigono dai nervi risposte immediate, "li 
tirano cosi brutalmente di qua' e di la', che essi 
consumano le loro ultime riserve di energia e, re- 
stando nello stesso ambiente, non hanno il tempo 
di accumularne di nuove". Ne deriva l'incapacita' di 
reagire prontamente a stimoli ulteriori, quindi 
l'apatia del blasé'. 

Può' anche darsi che Walter Benjamin sia stato in- 
fluenzato da questo scritto di Simmel, al momento 
di inserire nel patchwork di Parigi capitale del XIX 
secolo, la descrizione della vita del soggetto me- 
tropolitano nella Parigi del 11 impero, soggetto le cui 
esperienze psicopercettive sono state trasformate 
dall'irruzione del Moderno, e vengono continua- 
mente interrotte da nuove scosse sensoriali. Cosi il 
nuovo soggetto sociale trova rifugio in attitudini 
collezionistiche, in un feticismo "blasé"' che intende 
fermare, tra uno choc e l'altro, do' che viene per- 
cepito. In ogni caso, Simmel e Benjamin descri- 
vono la medesima mutazione: la cosiddetta 
"modernità"' nella Germania degli Hohenzollern 
inizio' ad affermarsi con decenni di ritardo rispetto 
alla "rivoluzionaria" Francia, tanto che soltanto le 
brusche accelerazioni di Weimar e del III reich, 
l'accettazione di quei linguaggi totalitari, fecero 
varcare alla nazione la soglia del Moderno, sia 
pure nella sua variante fascista, il totale staat (4). 

Quindi, ancora una volta, non c'e' nulla di nuovo: il 
rifugiarsi nel reticolato di percorsi fissi 


dell'Immaginario multimediale e' la prosecuzione- 
estensione del blasement (descritto da Simmel) e 
del feticismo (descritto da Benjamin) nella società' 
postmoderna, in cui l'informazione e' la merce pri- 
vilegiata e non e' piu' possibile fermare alcun tipo 
di esperienza, con la differenza che oggi non esi- 
ste piu' il flaneur come figura distinta, perche' la 
multimedialità' assicura a tutti un feticismo a buon 
mercato e interclassista. "A buon mercato" perche' 
l'individuo blasé' metropolitano e' un collezionista 
di emozioni sbiadite ed esperienze filtrate; 
"interclassista" perche' lo spleen non e' piu' ad 
esclusiva della sola borghesia, di cui pure e' stato il 
"passatempo" storico. Lo spleen si riproduce me- 
taforicamente per contagio, e questo perche' la 
borghesia stessa si e' trasformata in malattia infet- 
tiva: "E' giunto dunque il momento in cui non e' piu' 
sufficiente riconoscere la borghesia come classe 
sociale, ma come malattia: ormai, riconoscerla 
come classe sociale e' anche ideologicamente e 
politicamente sbagliato [...] 

Infatti, la storia della borghesia [...] si accinge ora, 
in concreto, a coincidere con l'intera storia del 
mondo. Ciò' e' male, do' e' bene? Ne' l'una cosa 
ne' l'altra, credo; [...] penso che sia necessario 
avere la coscienza del male borghese, per inter- 
venire efficacemente su questo fatto..." 
(P.P. Pasolini, 1968). 

Riguardo a do', e' sbagliata ogni visione apologe- 
tica, ma e' altrettanto pericoloso perdersi in pano- 
rami d'apocalisse: il videodrome occupa vasti spazi 
del nostro immaginario, ma cosi' facendo crea in- 
cavi e fessure al cui interno può' rinascere e ma- 
turare il desiderio. 


3. "La parola e' ora un virus. Una volta, la parola 
poteva essere stata una sana cellula neurale. Ora 
e' un organismo parassitico che invade e rovina il 
sistema nervoso. L'uomo moderno ha perduto 
l'opzione del silenzio. Cercate d'arrestare il vostro 
discorso subvocale. Cercate di realizzare anche 
dieci secondi di silenzio interiore, incontrerete un 
organismo che resiste e che vi costringe a par- 
lare. Quell'organismo e' la parola" (William Bur- 
roughs, The Ticket that Exploded). 

Il silenzio e' impossibile, esiste una circolazione 
obbligata nel plastico della Metrofaga che sta sul 
tavolo del Dr. Benway (personificazione dello 
spettacolo nei libri di Burroughs). La semiosfera ha 
oggi un'unica via d’accesso/aggressione/fuga: il 
cut-up globale. Anche questo scritto non e' che un 
cut'n'mix di discorsi estetici, cibernetici, econo- 
mico-politici. Tutto e' cutup, collage, 
de'tournement, il mediascape corrode il sensorio 



deH'unita' umana assumendo la forma di una 
grande esposizione Guggenheim visitabile senza 
muovere un muscolo. Lo sbranarsi a vicenda, 
come in un'opera di Kurt Schwitters, dei manifesti 
incollati ai muri; la pubblicità' ininterrotta, stampata, 
teletrasmessa, filodiffusa, sparata nel cyberspazio, 
digerita e ridefecata: lo zapping che ad un tempo 
devalorizza e ricarica i segnali ; TUTTO E' CUT- 
UP, sovraesposizione, ri/utilizzo dei segni. Il bla- 
sement postmoderno non e' che il parente povero 
della "sindrome di Stendhal", e sta allo spettacolo 
come quella stava all'estetica. 

Lo scioglimento del cut-up nella percezione di 
massa ha reso manifesta l'inesistenza di quella 
''realta' primaria, quella dell'osservazione diretta, 
non ancora adulterata o manipolata, nella sua im- 
mediata freschezza o 'verginità", dall'intervento 
giudicante o selettivo del punto di vista, 
dell'intreccio o d'ogni congegno tecnico-narrativo", 
realta' in nome della quale un critico letterario si 
permise di "rimandare a settembre" Burroughs e di 
definirlo "complice e alleato dell'apocaiisse in atto". 
Mi riferisco a Vito Amoruso, che nel suo La lette- 
ratura beat americana (Laterza, Bari 1969) argo- 
mento' la propria stroncatura definendo la tecnica 
del cut-up "strettamente parallela e tendenzial- 
mente affine al condizionamento che vuole com- 
battere, [...] insomma un suo immediato prodotto". 
E ancora: "fuga in estremis", "estrema trincea", 
"finale risorsa", il cutup proporrebbe una realta' 
"derealizzata", già' tendenzialmente distorta dalla 
diffusione mediale. Viene da chiedersi in nome di 
quale naturalismo, in nome di quale "genuinità' 
dell'esperienza" Amoruso potrebbe oggi rivendi- 
care quelle vecchie analisi, oggi che la produzione 
di immaginario non può' piu' essere relegata nella 
dimensione sovrastrutturale e pare finito l'equivoco 
che portava a scindere fiction ed economia politica. 

Si giunge al contrattacco passando per la difesa, 
per cui non vedo che cosa ci sia di male 
nell'imparare a ragionare come un animale in 
trappola che vuole salvarsi e "annulla le piste se- 
mantiche già' note per distrarre l'avversario, ri- 
sponde al caos d'immagini scatenando fredda- 
mente e meccanicamente sulla pagina un identico 
caos d'immagini", tutte cose che Amoruso rimpro- 
vera con pedanteria al Burroughs di The Soft Ma- 
chine. 

Poiché' siamo tutti "immediati prodotti" del condi- 
zionamento, poiché' siamo tutti "in extremis", ani- 
mali da laboratorio che saltano e grattano la porta 
d'uscita dallo spettacolo, oggi dobbiamo usare il 
virus della parola contro lo stesso Dr. Benway, 
piegare la ripiegatura, tagliare il taglio, alternare 
buchi neri e detonazioni; L'ACCADERE SI RI- 


CONQUISTA COMBATTENDO, NON CERTO IN- 
SEGUENDO CHIMERA DELLA. "REALTA' RE- 
ALIZZATA". 

La comunicazione oggi non può' non essere pla- 
giaria, trashy, de'tournante. Parlando di sabotare il 
linguaggio e rompere le regole del comunicare, 
dobbiamo considerare il cut-up implicito in ogni 
nostra afferm/azione. Sconvolgere le piste seman- 
tiche, prefigurare i futuri livelli di commistione lin- 
guistica, e non solo: operare perche' l'anticipazione 
conservi il piu' a lungo possibile un vantaggio in- 
colmabile sul recupero. 


4. "Il pubblico raggira i media, s'inventa le proprie 
regole di fruizione, gioca con le parole e le imma- 
gini della tv via zapping, usa il Minitei trasforman- 
dolo da banca dati a messaggeria erotica. In- 
somma, stravolge le fonti di informazioni a suo uso 
e consumo". Cosi' Jacques Perriault nel suo "La 
logique de l'usage. Essai sur les machines a' 
communiquer". Ed. Flammarion, 1991. 

Non c'e' dubbio sulle possibilità' di un consumo 
"creativo" dei media (le esperienze di movimento e 
controculturali degli ultimi decenni hanno fondato il 
loro esistere proprio sul riciclaggio della fiction e 
delle informazioni veicolate dai media ) oltreche' di 
un riutilizzo in senso antagonista delle tecnologie ( 
la vera e propria rivoluzione grafica portata dalla 
stampa underground negli anni '60; l'uso non 
convenzionale dei telai serigrafici, dei ciclostili, 
delle fotocopiatrici, del fax; le radio libere). Ma 
com'e' possibile distinguere le coscienti rotture ( i 
RAGGIRI), supportate da un'indispensabile ten- 
sione sperimentale, dai comportamenti solo appa- 
rentemente spregiudicati, già' previsti dal video- 
drome, indispensabili per il funzionamento dei suoi 
meccanismi di reversione? 

I palinsesti delle reti televisive, sia pubbliche sia 
private, non vengono già' programmati tenendo 
conto dello zapping, o meglio, per renderlo possi- 
bile ( e spesso per ricostruirne i percorsi, vedi 
"Blob") (5)? Minitei e Videotel, (strutture pseudori- 
zomali potenzialmente demassificate dove il con- 
trollo si manifesta per vie giuridiche, per intercetta- 
zione, per avvenuta censura da parte dei Grandi 
Smistatori) non sono stati allestiti proprio perche' 
gli utenti li trasformassero, li rivestissero, li stra- 
volgessero? La SIP mette a disposizione questo 
servizio proprio perche' la gente possa fare scor- 
ribande nelle varie messaggerie intere -nazionali, 
conoscere gente, combinarsi appuntamenti virtuali. 
Si tratta di "raggiri", dunque? 



Il nodo da sciogliere e': cosa significa "tensione 
sperimentale"? Cosa significa "esperimento"? 

Durante tutto il medioevo e il rinascimento 
"experimentum" e "experientia" rimangono sino- 
nimi. E' con io sviluppo delle scienze naturali e delle 
tecniche industriali che l'esperimento inizia ad 
avere un rilievo specifico ed una distinta colloca- 
zione. 

Ruggero Bacone (Roger Bacon, 1214 ca.1292) nei 
"Cogitata et visa" sviluppa il suo concetto di indu- 
zione sperimentale, comportante l'osservazione e 
ripartizione dei dati dell'esperienza in modo da 
formula e un'ipotesi sulle cause del fenomeno in 
esame. L'"esperimento in senso stretto" viene 
quindi a costruirsi concettualmente sul binomio 
esperienza ragione, lo stesso su cui attraverso 
Galileo, Torricelli, J.S.Mill si fonda il moderno me- 
todo sperimentale, fino a tutto il XIX secolo. 

Col fisico ed epistemologo francese Pierre Duhem 
(1861-1916) viene messo per la prima volta in di- 
scussione il valore dell'esperimento; i dati ottenuti 
tramite quest'ultimo non condurrebbero ad una te- 
oria univoca e coerente, perche' i criteri della spe- 
rimentazione sarebbero già' una teoria e predeter- 
minerebbe 0 gli esiti della stessa. 

E' il filosofo tedesco Hugo Dingle (1881-1954) a 
formulare per primo una teoria della sperimenta- 
zione considerata al di la' di ogni possìbile smentita 
empirica: l'esperimento non e' una osservazione 
oggettiva della realta' al fine di conoscerla, ma 
un'operazione di cui la scienza si serve pe 
"formare" la realta' ai propri fini. 

Infine, la crisi irreversìbile del concetto tradizionale 
di esperimento viene "decretata" con la formula- 
zione del "principio di indeterminazione" (e con le 
sue conseguenze sul piano speculativo) da parte 
del fisico tedesco W.K. Heisenbe g (1901 1976): 
nella microfisica la stessa osservazione sperimen- 
tale, influendo in modo inevitabile sulla percezione 
dell'osservatore, modifica il verificarsi dell'evento 
osservato. "In generale si può' osservare che lo 
strumento di misura usato nell'esperimento turba 
l'oggetto naturale, non tanto perche' esso sia 
adoperato da osservatori umani, quanto perche' e’ 
esso stesso un oggetto naturale e fisico e pertanto 
e' sottoposto alle medesime leggi fisiche della teo- 
ria in base alla quale l'esperimento viene predi- 
sposto. Ciò' conferma, come aveva intuito Duhem, 
che l'esperimento e' sempre metodologicamente e 
concettualmente dipendente dalla teoria che ne fa 
uso. .."(6). 

La nostra "teoria" non e' altro che il sapere sociale 
prodotto dal cresce e ed estendersi dei movimenti 
anticapitalistici. La nostra "teoria" nasce dalla ne- 
gazione attiva del dominio attraverso pratiche esi- 
stenziali "altre", pratiche proprie di una comunità' 


autonoma da quella fittizia costruita dalla forma 
merce. Il nostro sperimenta e, poiché' parte dal 
movimento e va ricondotto ad esso, non e' 
un’osservazione oggettiva con cui attingere una 
presunta realta' in se' della società', ma e' un ope- 
rare pratico per formare la ealta' (e la società') ai 
nostri fini. I nostri strumenti di osservazione sono 
strumenti di intervento, noi DOBBIAMO perturbare 
il verificarsi dei fenomeni, al fine di produrre gli 
eventi. Insomma, l'esperimento in senso stretto 
Sara' condotto suile possibilità' di rendere irrecu- 
perabili le nostre pratiche, di rendere irrappresen- 
tabili gli eventi prodotti. 

Fosse anche vero quanto sostiene Renault sul 
"raggiro dei media", non mancherebbero di allar- 
marci il “recupe o in tempo reale" e la mercifica- 
zione istantanea di tali comportamenti. Noi dob- 
biamo costruire le vere truffe ai media sperimen- 
tando momenti di detournement dei flussi e delle 
regole di fruizione, senza sentirci sul collo il fiato 
puzzolente dei recuperatori. 

giugno 91, R.B. Bologna 

Note: 

1) Alvin Toffler, "La terza ondata", Sperling & 
Kupfer, 1987. 

2) da un'intervista a Jean Baudrillard su 'TUnita'" 
del 29/4/1991. 

3) In: AA.W. "Tecnica e cultura", a cura di Tomas 
Maldonado, Feltrinelli, Milano, 1988. 

4) cfr. Jean Pierre Faye, "Critica ed economia del 
linguaggio". Cappelli, Bologna 1979; 

Jeffrey Herf, "Il modernismo reazionario". Il mu- 
lino, Bologna, 1989. 

5) Ma forse non e' cosi' per la tv d'oltralpe ( così' 
noiosa, cosi' square, lontanissima dalla sublime 
volgarità' della nostra o di quella statunitense), vi- 
sto che dall'89 in Francia opera "Pieds dans le 
P.A.F." (PAF= Paysage Audiovisif Fran ais), 
un'associazione che concepisce lo zapping come 
pratica di denuncia della cattiva qualità' dell'offerta 
mediale. 

6) Dalla voce "Esperimento" deH'Enciclopedia 
Garzanti di Filosofia. 



4 File : BOZZA.TXT 


BOZZA DI DOCUMENTO ECN 

VI INVIAMO LA BOZZA DEL DOCUMENTO 
ECN/ROR. ESSO MANCA DELLO SVILUPPO DI 
UN PAIO DI PUNTI ( SULLA COMUNICAZIONE E 
GLI STRUMENTI ) CHE NON ABBIAMO FATTO 
IN TEMPO A DIGITARE E DI CUI, COMUNQUE, 
VI FORNIAMO UNA BREVISSIMA SINTESI ALL' 
INTERNO DEL DOCUMENTO. ESSO, NELLA 
SUA STESURA DEFINITIVA, VI SARA' COMUN- 
QUE INVIATO PRIMA DEL CONVEGNO. 

SEMPRE PER IL CONVEGNO VI RICORDIAMO 
CHE I COMPAGNI ECN DI ROMA CHE SI RE- 
CHERANNO A VENEZIA SARANNO 10/12 E CHE 
LA MAGGIOR PARTE DI ESSI GIUNGERÀ' VE- 
NERDÌ' POMERIGGIO. TENETENE CONTO PER 
I POSTI LETTO RICORDANDOVI, PER QUANTO 
RIGUARDA LA SISTEMAZIONE LOGISTICA DI 
QUESTULTIMI, DELLA FRATELLANZA CHE CI 
LEGA. 

FRATERNAMENTE, I FRATELLI DI ROMA. 


Giunti a quasi 2 anni di distanza dai primi dibattiti e 
collegamenti sperimentali che portarono al varo del 
progetto ECN, ci pare quasi inevitabile che questo 
materiale informativo sulla rete telematica antago- 
nista parta da un breve bilancio del primo periodo 
di attività', Un riesame, in altri termini, del lavoro 
svolto che sappia individuare carenze e potenzia- 
lità' di crescita, ostacoli e obiettivi e, nello stesso 
tempo, serva a presentare adeguatamente una 
esperienza sicuramente senza precedenti nel 
campo della comunicazione antagonista. In questo 
senso il meeting internazionale di Venezia giunge 
a proposito, visto che esso può' costituire lo sti- 
molo decisivo per avviare quel "confronto allargato" 
molte volte auspicato e solo parzialmente, fino ad 
oggi, realizzato all'interno e al di fuori della rete. 

Il convegno, dunque, può' portare ECN a decollare 
definitivamente sulla dimensione nazionale ed eu- 
ropea, a patto, pero', che ad una pianificazione re- 
alistica del lavoro futuro si accompagni una chia- 
rezza di massima sulle caratteristiche politiche, 
culturali, "di segno"; in due parole, ECN deve 
guadagnare una propria fisionomia non soltanto 
tecnico / organizzativa ma, soprattutto, politica.. 

Il bilancio, allora, non può' non ripercorrere questi 
due versanti del cammino fin qui svolto; la crescita 
reale dell' esperienza ECN, cioè', va misurata tanto 
sul piano del potenziamento strumentale che su 
quello dell' identità' collettiva che la rete ha saputo 
esprimere da un anno a questa parte. 


Su entrambi i livelli le note positive e gli indubitabili 
passi in avanti si intrecciano con una serie di ritardi 
e di nodi ancora insoluti. Ricordiamo velocemente 
sia gli uni che gli altri. I primi collegamenti a carat- 
tere nazionale e del tutto sperimentale datano ot- 
tobre 1990 ( il 2 ottobre, piu' esattamente, può' 
essere considerata la "data di nascita" di ECN ). I 
primi 3 poli a connettersi sono stati Roma, Firenze 
e Padova. La mole di notizie e' stata per un paio di 
mesi estremamente limitata, la regolarità' dei col- 
legamenti non sempre assicurata, i problemi tecnici 
abbastanza frequenti. Nonostante ciò', nel giro di 
qualche settimana si e' riusciti a mettere a punto 
un programma di comunicazione comune, si e' 
formalizzato un primo ambito di dibattito nazionale 
in seno al Coordinamento Antimperialista Antinu- 
cleare, sono state allestite iniziative pubbliche di 
informazione sulle attività' della rete. 

Parallelamente si e' iniziato a potenziare I' har- 
dware e si e' attivato un lavoro di archiviazione del 
materiale cartaceo e su nastro esistente ( a Roma, 
ad esempio, sono state archiviate per argomento, 
data, luogo ed occhiello oltre 2000 ore di trasmis- 
sioni radiofoniche di Radio Onda Rossa dal 1977 
in poi ), 

il primo grosso problema che si e' manifestato in 
questa fase e' stato comunque quello della ramifi- 
cazione geografica omogenea della rete. Se al 
nord, infatti, altre situazioni si sono progressiva- 
mente inserite ( Bologna, Brescia, Genova ) al Sud 
la situazione si e' subito presentata piu' problema- 
tica, soprattutto sotto il profilo della dotazione degli 
strumenti ( mancanza di PC o Fax ); situazione 
tanto piu' preoccupante considerato che proprio il 
Sud soffre della maggiore carenza di informazioni 
provenienti dal circuito antagonista nazionale. Si e 
scelto allora di privilegiare decisamente le esi- 
genze politiche rispetto a quelle tecniche, tentando 
di coinvolgere comunque nella struttura della rete 
quelle situazioni di compagni che, pur prive di 
strumentazione, esprimevano la volontà' di con- 
tribuire allo sviluppo del progetto. Una serie di citta' 
( Cosenza, Brindisi, Napoli, Palermo, Catania, Bari, 
Taranto ) hanno iniziato, nei gennaio di quest' 
anno, ad inviare comunicazioni ai polo di raccordo 
per il Centro / Sud ( Roma ) con i mezzi piu' diversi 
( dal telefono al fax pubblico ). A distanza di alcuni 
mesi possiamo dire che questa scelta ha sostan- 
zialmente pagato. Se alcune situazioni non hanno 
retto agli handicap di partenza, altre ( Palermo e 
Napoli dotandosi di computer. Brindisi e Cosenza 
utilizzando strumenti già' esistenti come radio e fax 
) hanno progressivamente incrementato I' invio di 
comunicazioni e stabilizzato la frequenza dei col- 
legamenti. La insufficiente penetrazione / ramifica- 
zione della rete nel meridione rimane tuttavia uno 
dei problemi piu' grossi che ECN si troverà' d'ora in 
avanti ad affrontare; una carenza, comunque, che 



non altera, nel connpiesso, la positività' del lavoro 
svolto sul piano nazionale. A cosa si e' giunti al- 
lora, nell' arco di questi otto nnesi ? 

a) i poli collegati sono passati da 3 a 10 ( Ronna, 
Firenze, Padova, Brescia, Bologna, Genova, Mi- 
lano, Napoli, Palernno, Cosenza ). Alcuni di essi 
hanno sviluppato un proprio "bacino d'utenza ter- 
ritoriale" ( Padova con Venezia e Bassa Padovana; 
Firenze con Prato, Siena e diversi altri punti in 
Toscana; Genova con Innperia; Bologna con Man- 
tova e Modena ). Dunque una ventina di citta' sono 
oggi attraversate, in nnisura diversa, dalla struttura 
della rete. 

b) Molti poli producono da alcuni mesi bollettini pe- 
riodici che, oltre a raccogliere le notizie circolanti 
nella rete, contengono spesso contributi d' analisi 
sul tema della comunicazione, nonché' veri e propri 
articoli di carattere politico. Ciò' accade a Roma, 
Padova, Firenze, Bologna, Napoli, mentre altri poli 
si accingono a farlo nel breve periodo. Riteniamo 
quest' ultimo risultato di grande significato, poiché' 
esso testimonia, oltre dell' interesse crescente 
verso il progetto ECN, di una raggiunta capacita' 
tecnico / organizzativa nella diffusione delle notizie, 
dimostrando che e' concretamente possibile su- 
perare il gap tecnologico rivitalizzando strumenti 
"classici" della controinformazione. 

c) Lo sviluppo della rete ha portato ad una crescita 
notevole delle potenzialità' di comunicazione / ag- 
gregazione in piu' di una situazione. E' il caso so- 
prattutto di Firenze, dove attorno ai lavoro del 
gruppo ECN, e' sorta una vera e propria agenzia di 
controinformazione ( "Comunicazione antagonista" 
) dotata oggi di una sua autonomia di lavoro terri- 
toriale; ma anche di Padova ( dove il periodico 
"infofax" si va trasformando progressivamente in 
un foglio di movimento a larga diffusione ), di Bo- 
logna ( con "ECN / news" e con i contatti che si 
vanno intrecciando con altre testate locali ), di 
Roma ( dove i materiali della commissione ECN di 
Radio Onda Rossa vanno acquisendo una circola- 
zione notevole, integrando e, talvolta arricchendo , 
la programmazione radiofonica ). 

d) Ma tutte le grandi potenzialità' della rete si sono 
manifestate in occasione della guerra imperialista 
nel Golfo Persico. In questo caso la dotazione di 
alcuni strumenti e il loro funzionare "in rete" ha di- 
mostrato in maniera inequivocabile di quale 
impulso possa giovarsi la comunicazione 
antagonista attraverso il loro utilizzo. Certo, lo 
strapotere dei media di guerra non e' stato scon- 
fitto e la società' dello spettacolo ha continuato ad 
agitare con macabra volgarità' la sua filosofia del 
terrore. Eppure dietro la cortina di ferro 
dell'informazione di regime una comunità' auto- 
noma da quella del capitale, un' "altra società' " ha 
pulsato, si e' parlata, si e' mobilitata ed autorga- 
nizzata grazie alla velocita' e all'interazione di 


strumenti vecchi e nuovi. Ed ha imparato a scrivere 
anche nel silicio un'altro frammento della propria 
storia. 

Queste, per sommi capi, le tappe percorse fin qui 
nella costruzione della rete; e il bilancio, sotto il 
profilo organizzativo, riteniamo sia sicuramente 
positivo. Un processo e' stato innescato, ha iniziato 
a definirsi e svilupparsi, aprendo nuove possibilità' 
di crescita (che analizzeremo nella seconda parte 
di questa comunicazione ). 

Dal punto di vista prettamente tecnico, poi, i pro- 
gressi sono stati ancora piu' evidenti: quasi tutti i 
poli sono oggi "effettivamente" telematici, un sof- 
tware piu' sofisticato e duttile entrerà' presto in 
funzione, decine e decine di compagni sono coin- 
volti in questo progetto. Ma, dicevamo, e' necessa- 
rio anche un bilancio politico, a partire dal quale 
ragionare per il futuro. 

La prima domanda da affrontare, allora, anche se 
apparentemente paradossale, e' la seguente: ECN 
e', a tutt'oggi, una "rete"? E nel caso in cui lo sia, di 
che tipo di rete si tratta? Se ragionassimo soltanto 
sulla base dell'estensione e dislocazione geogra- 
fica delle realta' in connessione, potremmo con- 
cludere che si tratta di una "rete in formazione "; 
una struttura, cioè', che approssima la funzione di 
rete, avendone in nuce le caratteristiche e le po- 
tenzialità' ma priva, tuttavia, della necessaria affi- 
dabilità' e piena operatività'. Questo piano di giudi- 
zio e' pero' limitato e può' indurre a grosse incom- 
prensioni sulla natura degli obiettivi che e' neces- 
sario raggiungere con ECN. 

La scommessa sottesa alla sperimentazione di 
questo progetto, infatti, non riguarda tanto la ca- 
pacita' di coordinare una serie di strumenti e di farli 
funzionare armonicamente tra loro secondo pro- 
cedure di connessione determinate, affidando ad 
essi la circolazione di informazioni o messaggi; un 
insieme di macchine può' funzionare in maniera 
coordinata attraverso un linguaggio comune senza, 
per questo, dar vita ad un sapere omogeneo (o 
senza dar vita ad alcun sapere ). Allo stesso modo 
un insieme di soggetti può' affidare ad uno stru- 
mento comune una pluralità' di linguaggi senza 
riuscire, tuttavia, a mettere in comunicazione tra 
loro i poli che lo compongono. Partiamo, allora, da 
un primo punto fermo: a doversi mettere in rete 
sono i soggetti e non le macchine. Ora, nel nostro 
caso, questi soggetti sono politicamente ed orga- 
nizzativamente ben definiti essendo espressione 
diretta di una struttura già' esistente, il coordina- 
mento nazionale antinucleare antimperialista. 
Soggetti già' coordinati tra loro, seppure in forme e 
attraverso strumenti diversi. Dobbiamo chiederci: 
questi soggetti sono divenuti una rete per il sem- 
plice fatto di usare un computer? Ovviamente no. 



Possono 0 devono diventarlo, e per quale vìa? 
Qual'e' la differenza tra una rete e un coordina- 
mento? 

Chiariamo innanzitutto che fin dall'inizio di questa 
esperienza siamo stati consapevoli della contrad- 
dittorietà' di alcuni passaggi che ci accingevamo ad 
affrontare. Sapevamo, ad esempio, che il dar vita 
ad una struttura articolata esclusivamente secondo 
alcuni poli ben definiti ci avrebbe attirato le critiche 
dì chi ritiene impensabile qualsiasi restrizione 
sull'input (la questione annosa dell'apertura par- 
ziale 0 totale della rete ), 

Cosi' come sappiamo che nel momento in cui 
proporremo un'apertura totale, ma condizionata da 
alcune procedure di verifica preliminare e di filtro, 
potremmo essere accusati di gradualismo, di "agire 
da ceto politico" etc. etc. 

Tuttavia abbiamo preferito piegare la mediata' e la 
non - linearità' di alcune scelte all'urgenza di una 
metodologia che avvicinasse i tempi operativi e 
che preservasse, pero', i criteri dell'autogestione e 
della piena autonomìa (lo stesso problema, d' altra 
parte, lo hanno avuto anche quei compagni che 
pur sostenendo la natura "aperta e di movimento" 
della rete, sono dovuti ricorrere, per iniziare a la- 
vorare, a varie compromissioni con canali di co- 
municazioni istituzionali o commerciali ). 

Riteniamo comunque che il livello di coordina- 
mento sia condizione necessaria ma non suffi- 
ciente per la strutturazione di una rete (addirittura, 
in linea teorica, essa può' autorganizzarsì in base a 
criteri che sfuggono il concetto della coordinazione 
strutturale o funzionale, come dimostrano le 
"geometrie del caos" dell'universo autopoietico o di 
quello dei frattali), e che il problema, allora, vada 
sciolto non solo nel rapporto tra presente (il coor- 
dinamento) e futuro (la rete) ma all'interno di 
un'analisi piu' generale degli assetti di comando 
capitalistico post industriale. Soprattutto risulta de- 
cisivo, a nostro avviso, l'approccio mentale, prima 
che politico, alla "società' della comunicazione", 
che non e' ne' un moloch ne' un simulacro, ma piu' 
semplicemente, e tragicamente, una realta' com- 
plessa che si manifesta in forme nuove e totaliz- 
zanti. 

Con lo sviluppo dell' universo comunicativo si e' 
approfondita la messa In valore complessiva del 
sociale attraverso la dislocazione progressiva del 
fulcro della valorizzazione dall'ambito della capa- 
cita' lavorativa( della f-l) a quello della forza crea- 
trice, a quello delle potenzialità' del lavoro vivo so- 
ciale,. Per molti aspetti l' intera gamma dei rapporti 
e delle relazioni intersoggettive soggiace oggi a 
questa regola. 

La cosiddetta forza invenzione diviene pertanto il 
traino dinamico per la generalizzazione del lavoro 
astratto immateriale; il generai intellect si trasforma 
nel motore della cooperazione sociale produttiva. 


quella dinamica caratteristica della fase matura 
della sussunzione reale del lavoro al capitale già' 
da Marx compiutamente anticipata nei 
"Lineamenti" e nelle "Teorìe del plusvalore" ( lad- 
dove le condizioni comunitarie della produzione 
vengono descritte come "reti della comunicazione 
del capitale sociale" ). Per Marx questo stadio do- 
veva preludere alla liberazione di formidabili forze 
di trasformazione collettiva. Oggi, viceversa, ci tro- 
viamo dinanzi ad una dilatazione apparentemente 
inarrestabile del comando sulla società' civile che , 
dopo aver portato alla rottura della dialettica tra 
struttura e sovrastruttura, si e' spinta fino a stra- 
volgere il concetto stesso di potere. Gii apparati 
ideologico / normativi organizzati dallo Stato, ad 
esempio, appaiono sempre meno distinguibili, nella 
loro specificità' di funzioni, dal sistema di produ- 
zione sociale nel suo complesso e parallelamente 
a questo processo di dis/entificazione prende 
forma una rete di poteri strutturata attorno ad al- 
cune grandi dinamiche di interdizione. La “w^ired 
society", dunque, sì presenta ai nostri occhi come 
un "sistema di reti" : reti di potere, reti di comuni- 
cazione, reti di contropotere. Molto schematica- 
mente potremmo definire con il primo termine la 
molteplicità' dei rapporti "trasversali" del comando, 
le sue infinite e , apparentemente, indefinite dira- 
mazioni che invadono il soggetto ( le funzioni di- 
sciplinari, coercitive, di interdizione, i condiziona- 
menti e il controllo sociale ); le seconde coincidono 
con le condizioni storiche della cooperazione so- 
ciale produttiva, con I' assetto spazio/ temporale 
del lavoro sociale e I' organizzazione tecnologica 
della produzione e del consumo; le ultime, infine, 
testimoniano dei processi di autorganizzazione, 
territorialìzzazione, ricomposizione conflittuale di 
quei segmenti soggettivi che, nella loro diversità', si 
volgono in pratica sociale comunitaria antagonista. 
Le reti del contropotere, in altri termini, dovrebbero 
ripercorrere e valorizzare le potenzialità' di trasfor- 
mazione, di rottura, che si celano nella singolarità' 
delle differenze ( di classe, di razza, di sesso etc. ), 
risistemandole, connettendole, unificandole in una 
prassi sovversiva; fissandole nel corpo fenomeno- 
logico di un soggetto- in-processo che si alimenta 
di una pluralità' di tensioni diverse. 

Quando parliamo di "rete", pertanto, pensiamo a 
questo : a una struttura che connetta il plurilin- 
guismo della liberazione, che faccia dialogare i vari 
linguaggi, che comunichi e produca azione, che 
socializzi pratiche e comportamenti di rifiuto, resi- 
stenza, sabotaggio, che disegni la fisionomia e 1 ' 
identità' politica di un soggetto collettivo. 

Ecco, la rete dovrebbe divenire la struttura e non la 
semplice "cinghia di trasmissione" del movimento 
del contropotere. Il fine e non il mezzo. Va da se' 
che alludiamo ad un processo di lungo periodo, 
tutto da determinare e sperimentare. Soprattutto 



vanno fomiti ai compagni degli elementi “concreti" 
di verifica, un programma "minimo" di intervento. 
Ciò' non toglie che un "agire da rete" va fatto pro- 
prio fin da ora e che perciò' la semplice circola- 
zione di informazioni in tempo piu' o meno reale 
può" soddisfare solo in parte la complessità' dei 
compiti che si prospettano per ECN. In cosa si 
traduce, nell' immediato, questo discorso ? Nella 
capacita' di produrre conoscenza ( e quindi 
"comunicazione" e non solo controinformazione ) 
attraverso I' utilizzo di alcuni strumenti da 
"rifondare", primo tra tutti quello dell' inchiesta so- 
ciale metropolitana. Un' inchiesta che coinvolga 
direttamente i soggetti contribuendo alla loro or- 
ganizzazione. 

( SUI TEMI E LA STRUTTURA DELL' INCHIESTA 
SI PARLA SUCCESSIVAMENTE NELLA PARTE 
PROGRAMMATICA ) A QUESTO PUNTO SONO 
DA INSERIRE ALOUNE OONSIDERAZIONI DI 
OARATTERE GENERALE ( GIRGA 15 K ) SU 
GOSA SI INTENDE PER "SOGIETA' DELLA 00- 
MUNIGAZIONE" E SUL PROBLEMA DELL' AP- 
PROGGIO POLITIGO AGLI STRUMENTI INFOR- 
MATIGI. GOME VI DIGEVAMO ALL' INIZIO NON 
ABBIAMO FATTO IN TEMPO A DIGITARE IL TE- 
STO E' ABBIAMO PREFERITO MANDARVI SU- 
BITO LA PARTE DELLE PROPOSTE. PER 
QUANTO RIGUARDA IL PRIMO PUNTO, CO- 
MUNQUE, SGHEMATIGAMENTE AFFERMIAMO; 
A)GHE QUESTA IMPORTANZA PREVALENTE 
DELLA COMUNICAZIONE DERIVA DAL FATTO 
CHE LA PRINCIPALE FORZA PRODUTTIVA 
MODERNA APPARE IL LAVORO TEGNIGO 
SGIENTIFICO IN QUANTO FORMA GOMPLESSA 
E QUALITATIVAMENTE SUPERIORE DI SINTESI 
DEL LAVORO SOGIALE.IL LAVORO SI MANIFE- 
STA GOME IMMATERIALE DA UNA PARTE ( SUL 
VERSANTE DELLA QUALITÀ' ) E GOOPERATIVO 
DALL' ALTRA ( PER QUANTO RIGUARDA LA 
QUANTITÀ). 

QUESTO INSIEME DI DETERMINAZIONI E' POI 
RACGORDATO DALLA GOMUNICAZIONE ( 
SOTTO L' ASPETTO MAGGHINIGO E DELLA 
SOGIALIZZAZIONE DEI RAPPORTI DI PRODU- 
ZIONE ). ABBOZZIAMO GOMUNQUE ALCUNI 
INTERROGATIVI SULLA GAPAGITA DI RIU- 
SCIRE A COGLIERE, AL DI LA' DELLE FOR- 
MULAZIONI TEORIGHE, IL SENSO MATERIALE 
DI ALOUNE TRASFORMAZIONI IN ATTO E, SO- 
PRATTUTTO, LE DIFFIGOLTA NEL INDIVI- 
DUARE PERCORSI E STRUMENTI DI INTER- 
VENTO. GRITIGHIAMO LE FORZATURE IDEO- 
LOGICHE DI ALCUNI SCHEMI D'ANALISI ( TIPO 
LE RILETTURE DEL FRAMMENTO DELLE MAG- 
GHINE ATTRAVERSO IL GYBERSPACE ) E CI 
SFORZIAMO DI RAPPORTARE QUANTO AF- 
FERMIAMO SULLA GENTRALITA' DELLA 00- 
MUNIGAZIONE ALL' INSIEME DELLE PROSPET- 


TIVE OHE L'EGONOMIA-MONDO PONE AGLI 
ANTAGONISTI ( GOME LEGGERE I NUOVI 
SOGGETTI, LE VEGGHIE GATEGORIE E OHE 
FUNZIONE PUÒ' AVERE LA RETE IN TUTTO 
GIO'). 

B) PER QUANTO RIGUARDA GLI STRUMENTI 
INFORMATICI, OLTRE AD UN BREVE RIEPI- 
LOGO DELLE TRASFORMAZIONI INTRODOTTE 
NEL GAMPO DELLA PRODUZIONE GRITI- 
GHIAMO TANTO GERTO FONDAMENTALISMO 
ANTITEGNOLOGIGO OHE GERTE SUPERVALU- 
TAZIONI TROPPO SPOSTATE SUL LATO 
"SPETTAGOLARE". RIGORDIAMO GOMUNQUE 
OHE LA RETE NON PUÒ' ESSERE INTESA 
GOME SEMPLICE STRUMENTO.L' ALLESTI- 
MENTO DI UN' INCHIESTA SOCIALE PUÒ' SER- 
VIRE A GHIARIRE ALGUNI DI TALI QUE- 
STITl, OLTRE AD INTRODURRE UNA METO- 
DOLOGIA ED UN PIANO POLITIGAMENTE PIU' 
QUALIFIGANTE DI LAVORO PER LA RETE. 

QUESTO IL PROGRAMMA DI LAVORO OHE 
PROPONIAMO PER L' IMMEDIATO FUTURO : 

a) installazione di un software che consenta, oltre 
ai collegamenti settimanali già' sperimentati fino ad 
ora, le funzioni di una vera e propria BBS ( Bullettin 
Board System ). 

Piu' precisamente : la costituzione di una banca 
dati antagonista a cui possa accedere un' utenza 
esterna alla rete, dotata di adeguato programma di 
archiviazione, connessione e ricerca delle notizie ( 
una grossa mole di informazioni e' già' disponibile; 
si tratta solo di organizzarla e renderla consulta- 
bile; r istituzione di una mail-box ( casella postale 
telematica ) a cui tutti, senza restrizioni, possano 
lasciare informazioni, comunicati, semplici mes- 
saggi ( fatte salve alcune procedure di filtro per 
l'immissione in rete di determinate notizie ); la dif- 
fusione presso altre reti o BBS di un pacchetto 
settimanale 9 O, quando sara' possibile, quotidiano 
)curato da EGN. L' entrata in funzione di tali pro- 
cedure presuppone un' apertura molto maggiore 
della rete rispetto al passato. Pensiamo che oggi 
questo obiettivo sia necessario, oltre che possibile, 
per realizzare quel "salto di qualità"' di cui abbiamo 
diffusamente parlato in precedenza. Fermo re- 
stando che r ossatura organizzativa della rete con- 
tinua ad essere costituita dal Goordinamento An- 
tinucleare Antimperialista ( e che sono esclusiva- 
mente i poli EGN a regolare i rapporti con i soggetti 
esterni )pensiamo che I' apertura dell' input debba 
essere d'ora in poi totale. Gio' significa nessuna 
chiusura pregiudiziale rispetto a potenziali interlo- 
cutori ( con le ovvie eccezioni...) e diffusione a 
largo raggio delle notizie della rete. 

b) Incremento e perfezionamento della produzione 
di bollettini territoriali. Anche su tale punto rite- 
niamo debba prevalere in questa fase la piena 



decentralizzazione. Ciò' vuol dire che ogni polo 
avra' la massima autonomia nella scelta dei mate- 
riali da pubblicare e suH'utilizzo da farne. Unico 
elemento di coesione rimane I' adozione della te- 
stata ECN. Non e' affatto un dato formale, 
quest'ultimo, bensi' il primo passo verso la costru- 
zione di un' identità' collettiva in movimento che 
sappia confrontarsi con intelligenza e continuità' 
nei confronti di tutti coloro che in questo paese 
avvertono I' esigenza di un' informazione liberata e 
militante. 

c) costruzione del livello europeo della rete. Su 
questo aspetto molto sapra' dirci proprio il conve- 
gno di Venezia. Già' da ora, tuttavia, possiamo 
fissare alcuni obiettivi. Non crediamo sia realistico 
ipotizzare, nel breve periodo, una struttura di rete 
effettivamente operante; pensiamo piuttosto che, a 
partire dall' autunno ( con alcune anticipazioni 
"estive" in occasione dei campeggi di lotta 
)possano istituirsi collegamenti a scadenza prima 
quindicinale poi settimanale che servano, oltre a 
rodare gli aspetti tecnici, ad assicurare la circola- 
zione dei materiali ECN nei vari bollettini e pubbli- 
cazioni curate dal movimento europeo ( cosi' come 
avvenuto in modo spontaneo durante la guerra del 
Golfo ). Il problema della rete si porrà' soltanto in 
un secondo momento, quando anche in Italia essa 
avra'maturato un' effettiva solidità'. La prospettiva a 
medio termine può' essere invece quella della 
creazione di un foglio europeo con testata ECN 
che intensifichi progressivamente la sua periodi- 
cità' fino a divenire I' organo di un'agenzia europea 
di controinformazione in grado di produrre lanci 
quotidiani ( un obiettivo che può' apparire ambi- 
zioso, questo, ma il solo a poter conferire senso ad 
un progetto transnazionale ). In ogni caso, sia per 
realizzare i passaggi piu' vicini che quelli piu' re- 
moti, e' necessaria da subito una strutturazione 
interna sul piano nazionale. Proponiamo la crea- 
zione di una commissione "esteri" che si preoccupi 
di stabilizzare e funzionalizzare i contatti, di tra- 
durre i materiali da diffondere, di organizzare ap- 
puntamenti periodici di carattere tecnico / orga- 
nizzativo. Insieme alla scena europea e' impellente 
rendere operativi i contatti già' esistenti con Pale- 
stina, America Latina e Stati Uniti. Un primo ap- 
proccio potrebbe essere costituito da una "lettera 
circolare" dal carattere divulgativo / propositivo che 
sia diffusa utilizzando I' indirizzario di cui siamo in 
possesso. 

d) Intensificare 1' interazione della rete con gli altri 
strumenti di informazione antagonista. Non cre- 
diamo, ne' vogliamo, che ECN sostituisca in pro- 
spettiva gli altri media di movimento. Al contrario e' 
necessaria d'ora in avanti la massima interrativita' 
tra essi. Ciò' vuol dire che in quelle citta' dove esi- 
stono radio 0 riviste i compagni devono incremen- 
tare il proprio apporto di lavoro nei confronti di tali 


strumenti, secondo la logica di un reciproco poten- 
ziamento ( Berlusconi le chiamerebbe sinergie...). 
Organizzare, allora, trasmissioni radiofoniche lad- 
dove esistano radio, curare spazi fissi sulle riviste 
di movimento etc. 

e) Realizzare iniziative di sottoscrizione per la rete. 
E' superfluo sottolineare quanto dispendiosa, in 
termini puramente economici, possa risultare la 
realizzazione dei vari obiettivi illustrati in prece- 
denza. Diventa prioritaria, dunque, una program- 
mazione anche finanziaria. Non sappiamo se esi- 
stano le forze e se sia opportuna la creazione im- 
mediata di una seconda commissione nazionale 
che centralizzi lo studio e I' allestimento delle ini- 
ziative di finanziamento, in ogni caso le singole si- 
tuazioni possono autonomamente sviluppare 
l'organizzazione di feste, iniziative pubbliche, 
merchandaise, pubbiicazioni etc. 

f) Qualora la rete si sviluppi nei tempi auspicati, si 
porrà' il problema della formalizzazione anche in 
termini giuridici di alcune sue funzioni, prima fra 
tutte quella di "agenzia di stampa". E' quindi con- 
veniente avviare un primo esame dei passaggi da 
compiere in questo senso e stabilire i necessari 
contatti, socializzando poi le conoscenze acquisite. 

g) Ma la proposta a cui attribuiamo maggiore im- 
portanza e' sicuramente quella che segue, lasciata 
in coda solo perche' essa ci pare il completamento 
ideale delle problematiche sollevate prima. Pen- 
siamo all' istruzione di un' inchiesta sociale me- 
tropolitana. Essa dovrebbe coinvolgere il maggior 
numero possibile di strutture di movimento ( centri 
sociali, centri di documentazione, radio etc. ) e 
dovrebbe approfondire, come primo risultato, l' in- 
ternita' di ECN al complesso delle forze antagoni- 
ste ( in nessun caso la rete deve essere conside- 
rata un semplice supporto tecnico / logistico ma, 
neppure, un corpo politicamente separato ), L' in- 
chiesta, a nostro avviso, può' realizzare concreta- 
mente un obiettivo troppe volte soltanto generica- 
mente teorizzato : quello del passaggio dalla in- 
formazione alla comunicazione. Come prime 
tematiche da affrontare suggeriamo : 

1) LA NUOVA DESTRA SOCIALE. Le aggrega- 
zioni, i comportamenti, i rapporti trasversali che 
legano leghismo e presidenzialismo, razzismo e 
tifo sportivo, marginalità' sociale e cultura delle 
bande. 

2) COOPERAZIONE, CENTRI SOCIALI, LAVORO 
NERO. Avviare un'inchiesta su soggetti, lavoro, 
autoproduzione, socialità', per rintracciare un filo 
conduttore che possa ridefinire una figura social- 
mente conflittuale. Che tipo di soggettività' si coa- 
gula attorno ai centri sociali ? Quali esperienze 
concrete ha prodotto il fenomeno della coopera- 
zione e dell' autoproduzione ? In che rapporto esso 
si pone con le nuove forme di lavoro nero ? Come 
può' conciliarsi oggi rifiuto del lavoro e riappropria- 



zione della ricchezza ? Quali opportunità' di ri- 
composizione di classe sono pensabili oggi ? 


5 


File : SCHEDACO.DOC 


COMMISSIONE ECN DI RADIO ONDA ROSSA DI 
ROMA 


La comunicazione non poteva che essere, per sua 
natura, uno dei terreni principali di confronto teo- 
rico, scambio reciproco di esperienze ed abbozzo 
di una concreta progettualità' all'interno del Mee- 
ting internazionale. Su questi tre piani, e senza 
perderne mai di vista la stretta correlazione, si e' 
dipanato il dibattito della commissione. 

Ai lavori hanno partecipato oltre quaranta situa- 
zioni, quasi la meta' non italiane; significativa, al di 
la' del gap tecnologico, la presenza di una agenzia 
di stampa palestinese dei Territori Occupati e di 
compagni statunitensi a fianco di realta' di tutta 
Europa. Erano presenti compagne/i polacchi 
(Cracovia), francesi (Parigi e Lione), austriaci 
(Viennna), svizzeri (Berna e Basilea), olandesi 
(Amsterdam) e tedeschi (Berlino, Wiesbaden, Co- 
lonia, Monaco, Mainz e Francoforte), provenienti 
dalle piu' diverse esperienze (Infoladen - Infoshop, 
giornali e radio di movimento, reti telematiche già' 
attive, agenzie stampa, centri di documentazione e 
cosi' via). 

Altrettanto ricco e variegato il panorama per 
quanto riguarda l'Italia: oltre ai gruppi della rete 
ECN già' attivi in tutta la penisola all'interno delle 
radio di movimento, dei centri di documentazione e 
di comunicazione antagonista, dei centri sociali, 
hanno partecipato al dibattito le/i compagne/i della 
proposta di rete telematica alternativa Cyberpunk, 
agenzie di stampa e numerosi centri sociali e 
strutture di movimento. 

Presso la commissione erano a disposizione tre 
personal computer, due linee telefoniche e rispet- 
tivi modem per effettuare prove pratiche di colle- 
gamento della rete ECN. 

Il dibattito si e' sviluppato a partire dalla defini- 
zione, per quanto sintetica, di che cosa si intenda 
oggi per comunicazione e quale ruolo giochi nella 
società' della sussunzione reale. Ed e' a partire 
dalla qualità' nuova dello sfruttamento, della sua 
nuova estensione in tutte le pieghe del sociale fino 
a comprendere l'intero tempo di vita dei soggetti, 
da questa dimensione totale del dominio, che la 
comunicazione si caratterizza, in maniera ambiva- 
lente, come agire e non come semplice strumento. 
Per i nuovi soggetti proletari come terreno di 
espressione comunitario di potenzialità' antagoni- 
stiche, per il capitale nel tentativo di appropriar- 
sene, di irregimentarla, di farne modo di produ- 
zione e riproduzione del comando. Contro la co- 
municazione come modo di produzione e 
l'informazione come merce, e' necessario puntare 
alla riappropriazione dell'agire comunicativo, su un 
percorso di antagonismo, di tendenziale separa- 
tezza. 



Da ciò' la proposta di rete telematica di comunica- "la nuova destra sociale" o "cooperazione, centri 

zione antagonista ECN (European Counter sociali, lavoro") che si valga della rete, insieme al 

Network), una proposta che ha iniziato a muovere i maggior numero di strutture di movimento, 
primi passi due anni e mezzo fa e che si e' concre- 
tizzata, in forma sperimentale e sul livello nazio- 
nale italiano, nei primi collegamenti dell'ottobre 
1990. La guerra nel Golfo ha poi rappresentato per 
tutto il movimento italiano un momento di presa di 
coscienza sulla centralità' del terreno della comu- 
nicazione ed e' qui che la rete ha mostrato grandi 
potenzialità', determinando un allargamento del 
numero di poli collegati sia via computer sia con 
altri strumenti ed una sempre maggiore diffusione 
delle informazioni comunicate attraverso strumenti 
quali le radio, agenzie e bollettini specifici. Il Mee- 
ting ha sancito la maturità' del passaggio della rete 
su una dimensione europeo. 

Oltre al piano teorico i lavori della commissione 
hanno visto infatti, da una parte lo scambio di 
concrete esperienze per quanto riguarda l'utilizzo 
di reti telematiche commerciali o istituzionali già' 
esistenti, sul phonefreaking e l'hackeraggio so- 
ciale, oltre che sull'utilizzo di altri strumenti piu' 

"tradizionali": dall'altra un vivace interesse da parte 
di alcune situazioni europee sulla possibilità' di 
connettersi alla rete ECN. li dibattito e' stato ulte- 
riormente arricchito dalla presentazione della rete 
alternativa Cyberpunk. 

A chiusura dei due giorni di discussione, a parte il 
rimpianto di non avere avuto piu' tempo per ap- 
profondire la conoscenza reciproca delle espe- 
rienze e i chiarimenti, e' stato stabilito, sia sul piano 
italiano che su quello internazionale, un PRO- 
GRAMMA DI LAVORO, da attuare nel breve pe- 
riodo: 

a) istallazione di un software che consenta, oltre ai 
collegamenti settimanali già' sperimentati finora, le 
funzioni di una vera e propria BBS (Bulietin Board 
System), funzione già' disponibile presso il nodo di 
Padova. Il che significa un'apertura totale 
dell'input, fatte salve alcune procedure di sicu- 
rezza, sulla rete ECN; 

b) sul livello europeo e' stato stabilito un rapporto 
stabile con compagne/i di agenzie stampa e Info- 
laden olandesi e tedeschi, che porterà' già' a par- 
tire dalla fine di giugno a collegamenti quindicinali 
via computer con lo scambio reciproco di un noti- 
ziario in lingua inglese. Con situazioni polacche, 
austriache, francesi e palestinesi, lo scambio di 
queste notizie avverrà' via fax; 

c) sul livello italiano l'incremento e perfeziona- 
mento della produzione di bollettini territoriali, 
l'intensificarsi dell'interazione della rete con gli altri 
strumenti dell'informazione antagonista, la realiz- 
zazione di iniziative di sottoscrizione e, su tempi 
piu' lunghi, la formalizzazione anche in termini giu- 
ridici di alcune sue funzioni e l'istruzione di un in- 
chiesta sociale metropolitana (su tematiche quali 



6 


File : RELCOM.TXT 


COMMISSIONE COMUNICAZIONE 

La comunicazione non poteva che essere, per sua 
natura, uno dei terreni principali di confronto teo- 
rico, scambio reciproco di esperienze ed abbozzo 
di una concreta progettualità' all'interno del Mee- 
ting internazionale. Su questi tre piani, e senza 
perderne mai di vista la stretta correlazione, si e' 
dipanato il dibattito della commissione. 

Ai lavori hanno partecipato oltre quaranta situa- 
zioni, quasi la meta' non italiane: significativa, al di 
la' del gap tecnologico, la presenza di una agenzia 
di stampa palestinese dei Territori Occupati e di 
compagni statunitensi a fianco di realta' di tutta 
Europa. Erano presenti compagne/i polacchi 
(Cracovia), francesi (Parigi e Lione), austriaci 
(Viennna), svizzeri (Berna e Basilea), olandesi 
(Amsterdam) e tedeschi (Berlino, Wiesbaden, Co- 
lonia, Monaco, Mainz e Francoforte), provenienti 
dalle piu' diverse esperienze (Infoladen - Infoshop, 
giornali e radio di movimento, reti telematiche già' 
attive, agenzie stampa, centri di documentazione e 
cosi' via). 

Altrettanto ricco e variegato il panorama per 
quanto riguarda l'Italia: oltre ai gruppi della rete 
ECN già' attivi in tutta la penisola all'interno delle 
radio di movimento, dei centri di documentazione e 
di comunicazione antagonista, dei centri sociali, 
hanno partecipato al dibattito le/i compagne/i della 
proposta di rete telematica alternativa Cyberpunk, 
agenzie di stampa e numerosi centri sociali e 
strutture di movimento. 

Presso la commissione erano a disposizione tre 
personal computer, due linee telefoniche e rispet- 
tivi modem per effettuare prove pratiche di colle- 
gamento della rete ECN. 

Il dibattito si e' sviluppato a partire dalla defini- 
zione, per quanto sintetica, di che cosa si intenda 
oggi per comunicazione e quale ruolo giochi nella 
società' della sussunzione reale. Ed e' a partire 
dalla qualità' nuova dello sfruttamento, della sua 
nuova estensione in tutte le pieghe del sociale fino 
a comprendere l'intero tempo di vita dei soggetti, 
da questa dimensione totale del dominio, che la 
comunicazione si caratterizza, in maniera ambiva- 
lente, come agire e non come semplice strumento. 
Per i nuovi soggetti proletari come terreno di 
espressione comunitario di potenzialità' antagoni- 
stiche, per il capitale nel tentativo di appropriar- 
sene, di irregimentarla, di farne modo di produ- 
zione e riproduzione del comando. Contro la co- 
municazione come modo di produzione e 
l'informazione come merce, e' necessario puntare 
alla riappropriazione dell'agire comunicativo, su un 


percorso di antagonismo, di tendenziale separa- 
tezza. 

Da ciò' la proposta di rete telematica di comunica- 
zione antagonista ECN (European Counter 
Network), una proposta che ha iniziato a muovere i 
primi passi due anni e mezzo fa e che si e' concre- 
tizzata, in forma sperimentale e sul livello nazio- 
nale italiano, nei primi collegamenti dell'ottobre 
1990. La guerra nel Golfo ha poi rappresentato per 
tutto il movimento italiano un momento di presa di 
coscienza sulla centralità' del terreno della comu- 
nicazione ed e' qui che la rete ha mostrato grandi 
potenzialità', determinando un allargamento del 
numero di poli collegati sia via computer sia con 
altri strumenti ed una sempre maggiore diffusione 
delle informazioni comunicate attraverso strumenti 
quali le radio, agenzie e bollettini specifici. Il Mee- 
ting ha sancito la maturità' del passaggio della rete 
su una dimensione europeo. 

CItre al piano teorico i lavori della commissione 
hanno visto infatti, da una parte lo scambio di 
concrete esperienze per quanto riguarda l'utilizzo 
di reti telematiche commerciali o istituzionali già' 
esistenti, sul phonefreaking e l'hackeraggio so- 
ciale, oltre che sull'utilizzo di altri strumenti piu' 
"tradizionali"; dall'altra un vivace interesse da parte 
di alcune situazioni europee sulla possibilità' di 
connettersi alla rete ECN. Il dibattito e' stato ulte- 
riormente arricchito dalla presentazione della rete 
alternativa Cyberpunk. 

A chiusura dei due giorni di discussione, a parte il 
rimpianto di non avere avuto piu' tempo per ap- 
profondire la conoscenza reciproca delle espe- 
rienze e i chiarimenti, e' stato stabilito, sia sul piano 
italiano che su quello internazionale, un PRO- 
GRAMMA DI LAVORO, da attuare nel breve pe- 
riodo: 

a) istallazione di un software che consenta, oltre ai 
collegamenti settimanali già' sperimentati finora, le 
funzioni di una vera e propria BBS (Bulletin Board 
System), funzione già' disponibile presso il nodo di 
Padova. Il che significa un'apertura totale 
dell'input, fatte salve alcune procedure di sicu- 
rezza, sulla rete ECN; 

b) sul livello europeo e' stato stabilito un rapporto 
stabile con compagne/i di agenzie stampa e Info- 
laden olandesi e tedeschi, che porterà' già' a par- 
tire dalla fine di giugno a collegamenti quindicinali 
via computer con lo scambio reciproco di un noti- 
ziario in lingua inglese. Con situazioni polacche, 
austriache, francesi e palestinesi, lo scambio di 
queste notizie avverrà' via fax; 

c) sul livello italiano l'incremento e perfeziona- 
mento della produzione di bollettini territoriali, 
l'intensificarsi dell'interazione della rete con gli altri 
strumenti dell'informazione antagonista, la realiz- 
zazione di iniziative di sottoscrizione e, su tempi 
piu' lunghi, la formalizzazione anche in termini giu- 



ridici di alcune sue funzioni e l'istruzione di un in- 
chiesta sociale metropolitana (su tematiche quali 
"la nuova destra sociale" o "cooperazione, centri 
sociali, lavoro") che si valga della rete, insieme al 
maggior numero di strutture di movimento. 


7 File : AUT49CYB.TXT 


CYBER.DOC 

RELEASE2.0 

Il senso di questo nostro contributo va colto inte- 
ramente come estensione e prosecuzione di un 
dibattito interno al movimento che ha realmente 
iniziato ad assumere una dimensione generalizzata 
e vasta. 

E' lo sforzo e la tensione, diversa, non omogenea, 
magari embrionale, ma presente ovunque, che 
scaturisce da esperienze politico/organizzative 
quali i gruppi ECN (European Counter Network) 
che pongono la loro centralità di interessi ed in- 
tervento sul piano dell'agire comunicativo del/dei 
movimenti per la costituzione di percorsi di sov- 
versione dell'esistente. 

Il dibattito è tutto aperto, l'approccio a vari seg- 
menti di analisi di ciò che ci circonda è il più vario, 
ma, proprio per questo, rivestono per noi 
un'importanza estrema l'intervenire, il proporre, 
l'avanzare ipotesi e concetti che sempre più si in- 
trecciano con la nostra pratica materiale di costi- 
tuzione, gestione, uso di strumenti, di "reti", di 
percorsi. 

Secondo noi nulla può prescindere dal conquistare 
la capacità di misurarsi con le modificazioni so- 
stanziali, epocali, a cui abbiamo assistito in questa 
fase storico-politica. 


THE SILICON SOCIETY 

Ci interessa nel tracciato di questo breve capito- 
letto ri/affermare l'importanza dell'acquisizione del 
passaggio storico- economico-politico alla nuova 
dimensione produttiva del dominio, e quindi ai 
nuovi assi e contorni della brutalità dello sfrutta- 
mento capitalistico e imperialista sui soggetti so- 
ciali. 

L'abbiamo vista definire in mille maniere e forse 
abbiamo scelto questo titolo poiché più legato alle 
"leggende" propagandistiche del regime. 

In tutte le analisi e tracciati teorici (che valga la 
pena di osservare) un dato è comune: la trasfor- 
mazione, il passaggio, violento e drammatico, a 
questo tipo di dimensione sociale che ci circonda è 
stato ed è radicale e di "non ritorno", 
chiamiamola "terza ondata" o "Wired Society" o al- 
tro, ma omogeneo è questo assunto di partenza. 
Per noi, che esprimiamo la nostra identità dentro la 
continuità (non continuismo) di alcune categorie e 
parametri emersi in decenni di lotte e affermazione 
di percorsi antagonisti, il concetto da cui si parte è 
la nuova estensione ed organizzazione del lavoro 



produttivo sulle intere dinamiche di vita dei soggetti 
sociali produttori, un lavoro produttivo che oggi 
insegue, ricopre, assorbe interamente tutti gli in- 
terstizi della vita sociale. 

Il passaggio dalla città-fabbrica alla società della 
sussunzione reale ( in cui il capitale sussume entro 
le sue "maglie" tutte le potenzialità produttive della 
società ed esercita la sua capacità in quanto ne- 
cessità di attualizzare tutto il lavoro morto che vi 
giace) rappresenta il nuovo "terreno fertile" o 
"ambiente" (per dirla appunto con l'informatica) in 
cui il dispotismo dell'impero può (e deve) far 
"girare" il software dello sfruttamento, del controllo, 
del comando su soggetti sociali, che esprimono 
caratteristiche, potenzialità, "codici" differenti e 
mutati da quelli di un tempo. 

Un lavoro sociale produttivo che si fonda sulla 
espropriazione completa non più del singolo pro- 
duttore e della sua produzione, bensì sulla espro- 
priazione completa della sua capacità/potenzialità 
di essere cooperante, di essere comunità, di 
esprimere comunicazione e quindi conoscenza. 

Il compito del capitale è inseguire le potenzialità 
produttive espresse da questo tipo di soggetto so- 
ciale, organizzarle tecnologicamente per il dominio 
e la riproduzione di esso, espropriarle quindi inte- 
ramente a mezzo di comando, funzionalizzarle in- 
teramente per la ri/produzione del comando 
stesso. 


COMUNICAZIONE 

Da questo parziale ragionamento "precipita" la no- 
stra percezione della "comunicazione". Essa è 
un'agire ed è la caratteristica fondamentale delle 
potenzialità espresse dalla comunità dei nuovi 
soggetti e, ovviamente, è un agire anche per il ca- 
pitale e il dominio in quanto esso è costretto, per 
mantenersi tale, ad appropriarsene, ad anticiparla, 
ad esercitare la propria sovrapposizione sulla ca- 
pacità da parte dei soggetti sociali di essere co- 
munità e di esprimere autonomia e separatezza. 
La comunicazione diventa per la dimensione 
capitalistica organizzazione tecnologica del lavoro 
sociale produttivo, è cioè modo di produzione e di 
ri/produzione del comando. 

Solo negando le capacità/potenzialità di autonomia 
e autovalorizzazione separata dei soggetti, mistifi- 
cando la loro caratteristica collettiva di produttori, 
espropriando la spontaneità proletaria dell'agire 
comunicativo e riconsegnando in feed-back sog- 
gettività create ad arte per gestire direttamente i 
codici inerti della produzione immateriale e infor- 
matica, l'impero può alienare la spinta verso la li- 
berazione. 


INFORMAZIONE: 

con questi presupposti proviamo a misurarci anche 
con la necessità di comprendere che cosa si an- 
nida dentro a questo termine. 

Se la comunicazione si costituisce come modo di 
produzione, osserviamo la materializzazione 
dell'informazione come merce in quanto prodotto 
della compressione forzata e violenta, dittatoriale, 
della comunicazione entro meccanismi "inerziali" di 
riproduzione e affermazione del reale. 

Ma è proprio su queH'"inerte o inerziale" che si 
possono aprire vari filoni di riflessione, in quanto, a 
nostro avviso, è lì che si gioca anche la maggior 
percezione dell'alterità dei rifiuto proletario della 
dimensione del capitalismo maturo. 

Essa (l'informazione) è una merce che trasuda 
delia essenza stessa della necessità/capacità da 
parte del capitale di dominare l'agire comunicativo 
e lo scambio di conoscenza di parte proletaria. 

Essa ha la "forma" dell'espropriazione e deve es- 
sere percepita e assunta come negazione e misti- 
ficazione, poiché in essa albergano le caratteristi- 
che "genetiche" del dominio. 

La sua capacità di divenire veicolo della riprodu- 
zione del comando e aggancio diretto per la crea- 
zione delle "soggettività vuote", che assicurano al 
capitalismo maturo l'ubiquità del controllo, la ren- 
dono un oggetto ambiguo, inerte e attivo allo 
stesso tempo, prodotto freddo ma anche vivo allo 
stesso momento, proprio perchè capace di garan- 
tire una mediazione tra l'estrema durezza in termini 
dittatoriali e dispotici dei dominio e le proprietà in- 
trinseche dell'agire comunicativo sociale. 

Insomma non ci sembra per nulla "utopica" questa 
dimensione dell'informazione; anzi ci sembra se- 
gregato in essa "l'affanno dell'anticipo" del capitale 
maturo sulla comunità proletaria. 

Pensiamo solo alla dimensione della guerra impe- 
rialista e del ruolo dell'Informazione; viene imme- 
diata la comprensione di come essa eserciti un 
ruolo fondamentale nell'estensione e rafforzamento 
dello stato del terrore. 


BU\DE RUNNER 

In questa apocalittica scena -da BLADE RUNNER 
appunto- si gioca lo scontro dell'oggi, con percorsi 
da parte nostra tutti da scoprire, verificare, con 
certezze che non possediamo. 

Ma dopo questi parziali spunti d'analisi qualche 
cosa ci appare, in tante offuscate immagini, più 
chiaro e concreto. 

Noi puntiamo alla riappropriazione innanzitutto 
dell'agire comunicativo percorrendo, in termini di 
costituzione politica, in termini di contropotere re- 
ale, la strada della tendenziale separatezza. Per 



questo non ci interessa “scimmiottare" l'attualità 
quando parliamo di “rete telematica" ma deco- 
struire la realtà, ovvero distruggere ciò che costi- 
tuisce l'espropriazione diretta della comunicazione 
e costruire allo stesso tempo i presupposti materiali 
per lo sviluppo del contropotere. 

Come sempre poniamo al centro lo sviluppo e 
l'autonomia di questo “soggetto in processo", con- 
tro la sua dipendenza, il suo asservimento, il suo 
“sequestro" operato dalle forze capitalistiche. 
Riappropriazione proletaria in termini di sovver- 
sione sociale quindi, per l'affermazione, la demisti- 
ficazione, il sabotaggio. 

AFFERMAZIONE, del nostro diritto di esistere in 
quanto comunità, in quanto comunicazione e tra- 
smissione di conoscenza altra, di conoscenza 
contro. 

DEMISTIFICAZIONE, come attacco al progetto 
alienante e atomizzante del dominio nel renderci 
incapaci di intessere relazioni autonome e nostre, 
ribadendo la nostra caratteristica di collettivo e non 
di “moltitudine di esseri isolati tra loro". 

SABOTAGGIO, come rottura della mediazione 
operata dall'informazione di regime, come capacità 
di tramutare in incomprimibile la potenzialità della 
cooperazione sociale, oggi ostaggio dello sfrutta- 
mento, affermando percorsi altri e rivoluzionari, di 
liberazione, incompatibili con questa organizza- 
zione sociale. 

Non vogliamo con questo “chiudere" un dibattito e 
un terreno di inchiesta che è tutto da sviluppare, 
ma è su questi presupposti che noi intrawediamo 
la necessità della “rete" (telematica o altro che sia) 
del/dei movimenti. Intrawediamo nella costruzione 
materiale di questa possibilità tutta la carica del 
pensare e volere autodeterminata la nostra vita. 
Per lo sviluppo di una "rete" di contropoteri. 

"I SABOTATORI SONO IN AZIONE, TAMA NEW 
TOWN DEVE TREMARE" (cfr. Masuda). 

ECN PADOVA 


8 File : FINESOC.DOC 


L'OSCURA EUFORIA DEI VICEVERSA 

Non cercare di avere l'ultima parola. Potresti otte- 
nerla. 

Lazarus Long 

La critica radicale all'esistente capitalistico, durante 
i suoi piu' recenti movimenti di negazione, ha tra- 
lasciato di esplorare a fondo alcune regioni discor- 
sive. Nessun “Hic sunt leones": semplicemente, si 
tratta di zone che ci siamo limitati a percorrere 
descrivendole a rapidi tratti dai finestrini dei nostri 
veicoli di intervento, scartando i momenti specula- 
tivi che ci avrebbero allontanati dai tragitti allora 
prefissati; tragitti che dovevano portarci alla defini- 
zione di ciò' che oggi, in diversi tempi-forme- 
soggettivita', si muove contro il dominio e la socia- 
lizzazione forzata deH'immaginario. 

Dobbiamo affondare le gambe nel fango di queste 
terre. La critica conosce solo derive, non e' un 
viaggio Alpitour né - peggio - un Carnei Trophy in 
giungle di plastica con l'optional di imprevisti pro- 
grammati. 

Fuor di allegoria, i punti in cui oggi l'analisi va af- 
finata sono ( tra gli altri): 

A. La “morte del sociale" traccia intorno alle ipotesi 
di lotta una gabbia d'acciaio. L'awento della so- 
cietà' implosivo-mafiosa e l'individualismo di 
massa hanno veramente dissolto I soggetti indivi- 
duali e collettivi? 

Occorre definire cosa fosse il "sociale" e se la sua 
"fine" sia un dato solo e invariabilmente negativo 
per le sorti del conflitto di classe. 

B. Ci troviamo inoltre a che fare con la soprag- 
giunta inutilità', nei paesi capitalistici avanzati, di 
espropriare i mezzi di produzione ( che e' oggi 
principalmente PRODUZIONE DI MORTE) e dì ri- 
distribuire la "ricchezza" (poiche'si tratta in gran 
parte di merci che soddisfano in modo transitorio 
bisogni meramente quantitativi). Riguardo agli ef- 
fetti di ciò' sulla lotta per l'antìpotere territoriale, 
occorre dimostrare come il bisogno di spazi non 
possa considerarsi "meramente quantitativo", in 
quanto la merce-spazio ha caratteristiche peculiari 
che, dopo la devalorizzazione operata 
dall'autogestione ( intesa non come 
"partecipazione" al proprio riprodursi come forza- 



lavoro, bensì' come INSORGERE DEL CORPO ), 
vanno rigiocate in positivo. 

0. Il massimo stiramento del rapporto emittente- 
ricettore nelle nuove tecnologie di informazione, 
lungi dal decretare il superamento della verticalità' 
del modello e della comunicazione massificata, ha 
inaugurato un diverso totalitarismo ed una 
"massificazione a misura d'uomo". L’individualismo 
di massa viene rafforzato come paradigma domi- 
nante deH'odierna cooperazione sociale produttiva. 
Da qui occorre ripartire per realizzare nelle lotte 
quella compresenza di "buchi neri" e "detonazioni" 
che avevamo individuato come condito sine qua 
non per una nuova costruzione di situazioni. 

L'andamento necessariamente singhiozzante del 
testo che segue e' dovuto alla momentanea diffi- 
colta' di trattare questi argomenti in maniera orga- 
nica e lineare. Del resto deve averlo già' detto 
qualcuno: siamo nell'epoca in cui non bisogna te- 
nere per se' i propri appunti. 


FINE DEL SOCIALE = TEMPO DEL SOGGETTO 

Ad un certo stadio della socializzazione capitali- 
stica deirimmaginario - avviata con la scoperta 
della riproduzione tecnica delle immagini - il so- 
ciale e' franato dall'illusione di una relativa auto- 
nomia ad una rassegnata anemia che ha lasciato 
interdette le "menti prespettacolari", qualsiasi po- 
stazione queste occupassero nel gioco dello Homo 
homini lupus. 

il sociale e’ divenuto una massa "inerte, implosiva, 
frantumata, atomizzata che si difende dai media 
attraverso l'esercizio dell'apatia" (1), che cerca di 
fuggire dal confronto forzato con l'immagine so- 
ciale creandosi percorsi abituali da un medium 
all'altro, condotti virtuali che aggirino il bombarda- 
mento di immagini e modelli identificativi, come te- 
leferiche sospese su un vulcano sputacchiante la- 
pilli (2). 

La società' implosivo-mafiosa si sviluppa paralle- 
lamente a questo strano "decesso". La materia ri- 
bollente finisce per rapprendersi in una serie di 
rapporti privilegiati ma instabili, come lobbies, 
bande, cordate clientelari. Legami dislocati nei 
punti strategici della fabbrica sociale, che di 
"amicale" hanno solo uno sbiadito alone. Aree so- 
ciali “periferiche" i cui rapporti coi "centri" decisio- 
nali sono gestiti da brokers e mediatori di ogni tipo. 

I cervelli prigionieri dei dispositivi antinomici della 
metafisica occidentale hanno frainteso l'avvento di 


questa società' fieramente priva di legittimazione: 
Alvin Toffler, nel suo ultimo fittissimo tomo 
(Powershift, Sperling & Kupfer, 1991), descrive 
sempre piu' affascinato i nuovi sistemi informativi 
aziendali - basati sull'interfacciarsi dei piani ge- 
rarchici, ma non certo sulla scomparsa dei rapporti 
di subordinazione - per affermare alla fine che il 
potere e' divenuto "orizzontale". 

Nel verso opposto procedeva, quasi vent'anni fa, la 
costruzione ideologica del S.I.M. (Stato Imperialista 
delle Multinazionali) da parte delle Brigate Rosse: 
dalla tendenza a costruire "sistemi orizzontali" 
basati sul decentramento produttivo e 
sull'accentramento decisionale, si arrivo' alla con- 
templazione neoplatonica di un comando sopran- 
naturalmente unipolare: "il mondo capitalistico 
come una sfera: al centro il potere centripeto del 
capitale (...); verso la superficie tutte le forze cen- 
trifughe della trasgressione"(3). 

Invero, la "morte del sociale" non fa che retroagire 
sugli eventi che ne sono la causa: la crisi di co- 
mando sui precedenti modelli di organizzazione e 
controllo della produzione; le nuove esigenze di 
riproduzione della forza-lavoro; l'assimilazione di 
ogni momento della vita al tempo del capitale. Ma 
non e' vero che l'atomizzazione della massa finisca 
per dissolvere i soggetti individuali e collettivi. 

Scriveva Mario Perniola piu' di dieci anni fa: 
"L'immagine sociale non e' il prodotto dell'iniziativa 
dell'individuo, ma qualcosa che e' già' data in par- 
tenza e a cui e' impossibile sottrarsi, se non rica- 
dendo nella marginalità', nel periferico, nel re- 
sto"(4) (enfasi nostra). Quest'asserzione aveva al- 
meno due grosse falle: in primo luogo l'immagine 
sociale - lo spettacolo - si ri/de/costruisce perio- 
dicamente sull'espropriazione capitalistica della 
comunicazione intersoggettiva, della possibilità' 
degli individui di cooperare e "fare società"'; in- 
somma, sulla capacita' del comando di trasformare 
la comunicazione in informazione, e quindi in im- 
magine sociale. Questo vale sia per i soggetti ac- 
quiescenti, sia per quelli rivoltati, il cui intervento 
critico viene ricodificato, per fare da nuovo puntello 
alla società' dello spettacolo; quindi l'immagine so- 
ciale non si può' considerare "data in partenza". 

Per quanto invece riguarda la “marginalità"', si può' 
rispondere con le parole di A.Negri e F.Guattari dal 
loro pamphlet Le verità' nomadi (Pellicani, 1989): 
"Non e' affatto un paradosso dire che SOLQ LE 
MARGINALITÀ' SQNQ CAPACI DI UNIVERSA- 
LITÀ' (...) la verità' 'a portata d'universo' si costi- 
tuisce con la scoperta dell'amico nella sua singola- 
rità', dell'altro nella sua irriducibile eterogeneità'. 



della comunità' solidale nei rispetto dei suoi valori e 
delle sue. finalità'. Questo e' il 'metodo' e la 'logica' 
delle marginalità' che sono cosi' il segno esemplare 
di una innovazione politica richiamata dai disposi- 
tivi produttivi attuali, adeguata alle trasformazioni 
rivoluzionarie. Ogni marginalità', scommettendo su 
se stessa, e' dunque portatrice potenziale dei bi- 
sogni e dei desideri della piu' ampia maggioranza". 

Sottrarsi allo spettacolo, senza alibi o impraticabili 
vie di fuga nell'abitudine, significa farsi portatori di 
bisogni generali. 


I tempi che verranno si preannunciano terribili e 
interessanti, e non e' affatto scontato che i nuovi 
conflitti saranno piu' soft di quelli prevalentemente 
molari che ci siamo lasciati alle spalle. Alla “morte 
del sociale" puo'paradossalmente corrispondere 
una incontrollabile e psichedelica produzione di 
soggettività' antagoniste, soggettività' che si coor- 
dineranno e riconosceranno attraverso modelli co- 
municativi reticolari. 

Nelle interzone il mediascape vede provvisoria- 
mente invertito il proprio flusso, ogni messaggio 
(fiction, comandi, informazioni) viene distorto e 
reinterpretato secondo il codice del sottogruppo 
sociale che lo riceve. Ne nascono strane, spesso 
invisibili, subculture. Il capitale interviene su questo 
"residuo" per reinserirlo nei suoi processi di valo- 
rizzazione, ma per far questo deve emettere un 
certo tipo di messaggi, che puntualmente produr- 
ranno scarti, eccedenze, smagliature, quando non 
vere e proprie anomalie. Il comando e' crisi, 
ovunque e comunque si muova. 

Sarebbe una grave forma di presbiopia politica non 
capire che e' proprio da questo riciclaggio rove- 
sciato, da questo dirottamento del valore/segno 
(5), che può' svilupparsi un pluri(sub)linguismo 
della liberazione. Oggi stiamo lavorando "in rete" 
(non solo reti di computers, ma reti di soggetti con- 
flittuali) per prepararci alle lotte dei giorni a venire, 
lotte inedite, imprevedibili perche' "al di la' del so- 
ciale", irrappresentabili perche' "al di la' del poli- 
tico"(6) 


LO SPAZIO COME BISOGNO RADICALE E lA 
CORPOREITÀ' MUTANTE 

La "ricchezza" prodotta oggi dal capitale e' "sterco 
che non si può' utilizzare neppure piu' come le- 
tame". Il valore d'uso delle merci e' ormai ridotto a 
mero fondamento metafisico, poiché' l'utilità' coin- 
cide in toto con la desiderabilità', e la desiderabilità' 


e' il piu' delle volte riferita a bisogni meramente 
quantitativi infinitamente riproducibili (i bisogni di 
possesso al fine di un'elevazione dello status per- 
sonale). La desiderabilità' di un oggetto non e' mai 
stata tanto effimera e transitoria; la societa'-merce 
non ha mai conosciuto prima un simile feticismo. 

Non si tratta piu' soltanto dì sognare 
l'espropriazione dei proprietari: occorre impedire al 
capitale la scomposizione e rifunzionalizzazione di 
bisogni radicali(7) quali il bisogno dì comunità' ( di 
riconoscimento intersoggettivo) e il bisogno di co- 
struire, di creare, sul cui soddisfacimento fittizio si 
basa oggi la produzione sociale. Occorre rivalo- 
rizzare le potenzialità' dei cooperare, per ricostruire 
su questi bisogni un percorso di liberazione. 

All'intersezione dei bisogni radicali poco sopra 
evocati corrisponde il BISOGNO DI SPAZIO: spa- 
zio del corpo, spazio per viverci , per farci qual- 
cosa, per incontrarvi l'altro da se'. E ancora: spazio 
che può' essere esplorato, spazio della socialità' o 
dell'intimità', spazio del conflitto, spazio come in- 
terzona. 

Per il capitale, al contrario, lo spazio non ha mai 
fatto altro che contenere la riproduzione della 
forza-lavoro/consumo, e' sempre stato l'unione 
degli insiemi di convivenza forzata, la palestra per 
l'esercizio della sovranità' della merce. Spazio 
come dominio, spazio come capitale-territorio, 
spazio come lavoro. 

Oggi poi lo spazio e' VIRTUALE, deterritorializzato 
da urticanti flussi multimediali e RIterrìtorializzato 
come zona di guerra totale, come Beirut 
deH'immaginario, come catena montuosa di cada- 
veri. In questo scenario neonaturale si giocano le 
chances dell'antipotere: lo spazio e' un bisogno 
qualitativo, una volta espropriato e devalorizzato 
(spogliato della forma-merce) ha un suo polimorfo 
“valore d'uso". Occorre pero' non rifarne il luogo 
dell'abitudine, delle catene affettive che ristabili- 
scano il sacro deH'"oggettualita' allestita", bensì' il 
luogo di una deriva continua, una cartografia che 
ogni giorno l'azione mandi al macero. Il quotidiano 
dev'essere in perenne trasformazione, cambiare 
come cambiano i concatenamenti; occorre co- 
struire quella precarietà' del sentire e del corpo che 
permetta di VIVERE ogni istante senza anestesie ( 
Sade, "Francesi, ancora uno sforzo..."). 

Quella in cui oggi siamo impegnati e' una guerra 
senza linee del fronte, tutta combattuta nelle '1erre 
di nessuno". 



Siamo tutti Brundle-mosche, In balia di incontrollati 
disguidi genetici, riponiamo nell'armadietto del 
bagno le parti che il corpo ha lasciato cadere per- 
che' divenute inutili, inservibili o pericolose; buona 
parte dei nostri sensi; i nostri polmoni asfaltati; da 
poco anche le nostre infette secrezioni, il nostro 
stesso seme. 

La catastrofe del corpo - equivalente personaliz- 
zato dell'ecocidio su scala planetaria - orbita in- 
torno a noi, psicosi-spettacolo alimentata per ri- 
badire che il nostro destino e' oggi piu' che mai in 
mano alla Sanità', alla Tecnica, all'Economia e alla 
Politica. Dobbiamo confidare, in pratica, sulla gra- 
zia da parte degli stessi che ci hanno mandati al 
patibolo. 

L'AIDS e lo spettacolo mercantile percorrono gli 
stessi asintoti per riconsegnare la vita agli specia- 
lismi del dominio, per scomporre all'infinto 
l'immagine del nostro corpo in tanti oggetti di al- 
trettante discipline, impedirne una visione 
d'insieme, scavare, tagliare, svuotare, imbalsamare 
0 mantenere in "vita" a forza, trasformare, trapian- 
tare/mutilare, deformare, dirigere le infezioni fun- 
zionali e reprimere quelle impreviste, sostituire o 
aggiungere nuovi tabu' a quelli vecchi, insomma 
sussumere la vita alla scienza del comando 
capitalistico. 

Intanto rimbalziamo tra ipocondria e culto del 
corpo, ed epidemie letterali-metaforiche (dov’e' 
piu' la differenza?) ci invadono in silenzio provo- 
cando sconquassi appena percettibili. E pare non 
ci sia alcun posto dove fuggire. 


Certamente non si tratta solo del fatto che l'AIDS 
serva a diffondere panico aprendo la strada ad 
ideologie neoreazionarie, ad impedire una visione 
non-spettacolare e mediata della carne (e 
dell'amplesso), a costringere ancor piu' il corpo (ed 
il coito) nella sfera del consumo. Non e'solo que- 
sto: e' come se il Moderno avesse agito diretta- 
mente sull'ipofisi, sconvolgendo il nostro rapporto 
col corpo, insinuando l'acromegalia nel quotidiano 
dei processi metabolici. E' la nuova carne. Almeno 
a livello dell'immaginario, siamo tutti mutanti. 

Ma neppure questi sono dati assolutizzabili; una 
cosa buona del corpo e' che , piacere o dolore, to- 
talità' 0 separazione, e' comunque importante par- 
tire da esso, perche' NOI siamo il corpo, IO sono il 
corpo. Per quanto si possa astrarre o spettacola- 
rizzare, per quanto il capitale tenda a farne oggetto 
di sfruttamento-esperimento-contemplazione, per 
quanto lo si possa farcire di analgesici o veleni, il 
corpo rimane protagonista dell'accadere, di qual- 


siasi accadere. IL OORPO E' L'EVENTO. Non c'e' 
ottundimento che tenga sul lungo periodo; o si 
muore sotto i ferri, oppure prima o poi l'anestesia 
finisce. 

E non c'e' neppure catastrofe che tenga. Il corpo 
può' rovesciare messaggi, simboli e valori, fare di 
ogni cosa - anche dei divieti- lo strumento del 
proprio insorgere, riferire tutto - anche la propria 
catastrofe - all'erotismo ( “La mosca” di Cronen- 
berg, sopra evocato, e' un grande film erotico). La 
corporeità' mutante non soffoca la corporeità' ra- 
dicale, anzi, la prima crea la dimensione in cui 
avverranno i conflitti scatenati dalla seconda. 

L'irruzione della corporeità' all'interno del nostro 
discorso sui bisogni radicali consiste in questo; la 
liberazione dello spazio ed il suo détournement 
dipendono dalla possibilità' di condurre a fondo 
l'assalto fisico all'accadere, contrapponendo il vi- 
vere il corso degli eventi (la lotta, l'amore, 
l'amplesso, la malattia e la guarigione, il viaggio e 
l'immobilita', l'addormentarsi e il risveglio) alla 
contemplazione della serie di spettacoli (la 
"politica". La "sessualità"'. I tranquillanti e gli anti- 
depressivi. L'affitto. Il turismo) in cui consiste la 
corporeità' mediata. Uno spazio occupato può' e 
deve essere riempito con la corporeità' radicale, e 
Sara' l'unico modo per spogliarlo della forma- 
merce( 8 ). 


VALLANZASCA A SILICON VALLEY 

Ci siamo già' occupati diffusamente di come i si- 
stemi pseudorizomatici di informazione e le tecno- 
logie presuntamente ''demassificanti'' in realta' non 
facciano che frantumare la verticalità' del rapporto 
emittente-ricettore, ristabilendo in modo ancor piu' 
totalitario l'appendicita' del soggetto nel processo 
comunicativo. Le realta' virtuali rappresentano, per 
ora, l'ultima fase di questa "massificazione a mi- 
sura d'individuo", di questa riterritorializzazione 
dell'Io intorno al comando. Comando che non si 
regge piu' sulla standardizzazione delle immagini 
fruite (pensate a quando, prima dell' avvento mas- 
siccio del videotape e della pay-tv, l'audience 
aveva pochissime scelte di programmi e 
l'indomani, al lavoro o a scuola, tutti ci racconta- 
vamo lo stesso film, "E hai visto quando...?", "E ti 
ricordi quella scena..,?"), bensì' su 
un'omologazione molto piu' ipodermica dei com- 
portamenti, basata sulla frammentazione 
dell'immagine sociale, grazie a cui piu' nessuno, a 
meno di rotture traumatiche, potrà' cogliere la tota- 
lità' del "processo". 



Negli ultimi anni durissime critiche al frivolo otti- 
mismo di chi descrive l'avvento di una nuova so- 
cietà', di un "sol dell'avvenire" teletronico e liberal- 
democratico, sono giunte persino da politologi e 
pensatori di parte riformista o moderata: "Vero e' 
che taluni osservatori ritengono di poter segnalare 
l'ingresso della società' post-industriale nella sta- 
gione delia 'demassificazione', sia sul piano pro- 
duttivo sia sul piano culturale (...) Tuttavia, la base 
collettiva e simbolica nella quale queste tendenze 
si iscrivono e si impiantano rimane fortemente nu- 
trita di umori livellanti, alimentati tra l'altro proprio 
dal sistema della comunicazioni di massa. Si ag- 
giunga che le risorse della teletronica (...) atte- 
nueranno ancor piu' il quadro delle relazioni inter- 
personali e accentueranno le tendenze verso 
l'atomizzazione sociale, verso l'isolamento degli 
individui e dei magri nuclei familiari. Insomma, la 
massificazione riceverà' nuovi impulsi, e le persone 
ondeggeranno tra un condizionamento in chiave di 
omologazione ed un condizionamento in chiave di 
frammentazione sociale, che sono del resto due 
facce della stessa medaglia“(9). 

Qui si svela quanto sia ideologicamente viziata 
l'immagine "orizzontale e paritaria" contemplata nel 
networking telematico da certi democratici sempre 
in attesa - come scriveva Marx ne II 18 brumaio di 
Luigi Bonaparte - dello squillo di trombe che ab- 
batta le mura di Gerico. Finche' si rimane prigio- 
nieri del Codice , vale a dire dei comando, la ri- 
sposta in tempo reale non garantirà' alcun ritorno 
alla mitica "democrazia diretta": l'appendicita' delle 
unita' umane alle scelte del videodrome e' ormai 
un'invariante del dominio capitalistico, come del 
resto la separazione tra "inclusi" ed "esclusi", ali- 
mentata dalla modernizzazione dis/emancipante e 
dalle pretese di dominio feudale del General Intel- 
lect. 

Nel movimento circola un bello slogan: 
"L'informazione e' una banca. Nostro dovere e' di 
rapinarla". Affermazione che andrebbe integrata 
con quest'altra: "L'informazione e' una galera. No- 
stro dovere e' di evadere". Ciò' e' vero in rapporto 
ai sistemi di videocontrollo e di schedatura magne- 
tica, ma lo e' anche e soprattutto in rapporto 
all'atomizzazione e aH'"individualismo di massa", 
alle tendenze a farsi spettatori della propria vita, 
alla continua ricodificazione spettacolare di ogni 
momento di rottura. 

Il pirataggio dei dati, l"'hackeraggio sociale", ci 
viene presentato da alcuni compagni in questi ter- 
mini: "Operiamo per un libero scambio, senza 
nessun ostacolo, delle informazioni in quanto parte 
fondamentale delle nostre liberta'. Favorendo la 
circolazione delle informazioni siamo coscienti che 


si possa operare un controllo democratico sui go- 
verni e sui politici, si possa incrinare il progetto in 
cui tecnologia e informatica vengono utilizzate per 
controllare e opprimere, si possa socializzare co- 
noscenze, informazioni e idee" (10). Si tratta pur- 
troppo di un'impostazione vecchia e fuorviante: il 
problema non sta neH'inaccessibilita' dei dati e dei 
segni, nella loro mancata socializzazione: questa 
socializzazione ha già' il proprio motore nel video- 
drome. Il problema sta semmai nella saturazione 
della semiosfera, nell'eccesso di dati e messaggi, 
che richiede nuove pratiche di decodifica-sabo- 
taggio, di interruzione dei flussi (L'interruttore a cui 
accenna Deleuze). Non che il pirataggio non sia 
utile, ma "una visione del 'mondo' che salvi la de- 
siderabilità' dei suoi oggetti e' arcaica e regressiva 
nella misura in cui non vede il mutamento qualita- 
tivo celato dietro la moltiplicazione quantitativa dei 
programmi e dei feticci: quasi che il 'problema' 
consistesse ancora in una piu' equa partizione dei 
'beni'; o peggio, nella socializzazione di quei beni e 
degli strumenti che li producono"(1 1). No, bisogna 
imparare ad EVADERE dalla società' di controllo- 
comunicazione, con "nuove armi" o a mani nude: 
come Vallanzasca, evadere dalla nave che ci tra- 
sferisce a un'altra galera svitando con le unghie gli 
infissi di un oblo'. 


Vallanzasca a Silicon Valley. E' qui, al piu' alto li- 
vello di sviluppo e di integrazione, che occorre 
sfruttare le occasioni di appropriarci di un know- 
how sovversivo, di cartografare i movimenti del 
capitale, per aggirare il controllo e recuperare il 
recupero. Ancora una volta: lotta/fuga, detonazione 
e buco nero. 

La costruzione di situazioni certo non e' possibile 
partendo dall'occhio del ciclone modernizzatore: 
quando si e' troppo vicini ad un oggetto, non se ne 
riescono a distinguere i contorni. Occorre fluttuare 
in quelle che abbiamo chiamato interzone, i mar- 
gini in costante spostamento dove si stratifica la 
lava sociale eruttante dalle falde della ristruttura- 
zione ( oppure, cambiando metafora, quei luoghi 
dove i tentativi di omologazione da parte del co- 
mando giungano obliqui e meno efficaci, come i 
raggi del sole nel circolo polare artico). 

In fin dei conti, non occorre fare altro che mettere 
in campo la separatezza, l'unica dimensione che 
puo'farci cogliere il nuovo e preservarci dal mille- 
narismo in cui, dopo la fine delle ideologie prome- 
teiche, sono precipitati i discorsi e le prospettive di 
quel mostro chiamato "sinistra". Contro quanti 
tentano di riproporci tutto il solito vecchio ciarpame 
(la delega, la forma-partito, gii stantii miti demo- 
cratico-progressisti, l'etica del lavoro e dello stato) 



in una visione tutta difensiva ( non sappiamo poi 
cosa si voglia difendere, sappiamo solo da cosa), 
dobbiamo affermare che i conflitti sociali 
(postsociali?) di oggi e del prossimo futuro si pre- 
annunciano duri, multiformi, ricchi di forza-inven- 
zione, altrove rispetto allo spettacolo di macerie a 
cui i comunisti si sono rassegnati ad assistere. 

Bologna, dicembre 1991 


NOTE. 

1. M. Perniola, La società' dei simulacri. Cappelli, 
Bologna 1980. 

2. Sul tentativo di uso, da parte delle unita' umane, 
del reticolo multimediale per ricostruirsi 
un'abitualità' di percorsi e sfuggire al bombarda- 
mento informativo, vedi "Spleen e posizioni fetali 
nella multimedialità'" ( Spleen1.zip ), file rinvenibile 
nelle aree "comunicazione" della rete telematica di 
movimento ECN. 

3. Dall'intervista a Roberto Ognibene in Noi terro- 
risti di Giorgio Bocca, Garzanti, Milano 1985. 

4. Mario Perniola, op. cit. 

5. Non stiamo pero' parlando del "Mass(age) is 
message", dell'iperconformismo descritto da Jean 
Baudrillard come un nuovo tipo di resistenza, "(le 
masse) sanno che non ci si libera di niente e che si 
abolisce un sistema solo spingendolo 
nell'iperlogica, spingendolo ad un uso eccessivo 
che equivale ad un ammortamento brutale", cfr. 
All'ombra delle maggioranze silenziose. Cappelli, 
Bologna 1978. Certe interpretazioni risalenti alla 
fine degli anni '70 sembrano oggi basarsi soprat- 
tutto sulla sfiducia e l'apatia di chi le scriveva. Tali 
inviti alla desistenza, sfornati soprattutto dalla 
Cappelli Editore nella collana "Indiscipline", spesso 
non contenevano che profezie di catastrofi perfet- 
tamente immobili, vaghe esortazioni ad andare 
"oltre" qualsiasi cosa, descrizioni lisergiche di 
cambiamenti epocali intravisti - chissà' perche'- 
solo da quegli autori. Il trip e' finito, la lotta conti- 
nua! 

6. Sul networking sociale, vedi: Commissione co- 
municazione (dibattito e appendice documentaria) 
in AA.W., International Meeting, Calusca, Padova 
1991; AA.W., Antologia Cyberpunk, ShaKe, Mi- 
lano 1990; Bob Nadoulek, Enciber, Nautilus, To- 
rino 1989; 


Luca Di Meo, "La IsIam Incorporated contro i Partiti 
deirinterzona", su "Invarianti" n. 17/18, autunno 
1991. 

7. Nel procedere del nostro ragionamento, use- 
remo piu' volte l'espressione "bisogni radicali", ed 
intenderemo questi ultimi come quell'insieme di 
istanze ed espressioni desideranti che tendano a 
rompere le compatibilita' istituzionali, pena il loro 
soffocamento. Ouesto non coincide col significato 
dato alla medesima espressione da Agnes Heller, 
nell'ambito della sua "Teoria dei bisogni". Per 
spiegare la differenza, concedeteci 
quest'apparente divagazione: 

Alfine Ferdinando Adornato senti' che la battaglia 
volgeva al termine e, seduto all'ombra refrigerante 
del Teorema Calogero, potè' realizzare un bel li- 
bro-intervista con Agnes Heller, solennemente in- 
titolato Per cambiare la vita (Editori Riuniti, 1980). 
L'operazione aveva lo scopo di disgiungere, 
nell'Immaginario politico-culturale di quegli anni, la 
democratica "Teoria dei bisogni" 
dall'appropriazione presuntamente indebita fattane 
dal movimento del '77. La prestigiosa allieva di 
Lukacs non si fece pregare, e lungo tutta 
l'intervista prese reboantemente le distanze dalle 
"forme di comportamento scelte dall'autonomia", 
forme "non generalizzabili" e "in contraddizione col 
valore dell'argomentazione razionale". Non con- 
tenta, cito' la Bologna di Catalanotti e dei killers di 
Francesco Lorusso come uno dei "luoghi in cui il 
socialismo e' già' presente" ( e non voleva certo 
intendere il socialismo reale alla felsinea, chè al- 
lora avrebbe avuto ragione). 

Non spetta a noi il ruolo dei Nero Wolfe indaganti 
sull'effettiva conoscenza del movimento italiano da 
parte della professoressa di Budapest ,che in al- 
cuni passi sembra ripetere pedestremente leg- 
gende urbane diffuse dal grande partito "di lotta e 
di governo" senza il quale, per asserzione dei suoi 
militanti, non doveva esserci "ne' vittoria ne' con- 
quista"; ciò' che a noi interessa rimarcare e' che da 
quell'intervista affiora un'insopportabile deferenza 
della Heller e della sua teoria nei confronti 
dell'ordinamento politico "democratico" - visto 
come "condizione preliminare" per il costituirsi di 
"movimenti che esprimano bisogni radicali"- tanto 
che ad un certo punto l'"allieva di Lukacs" dichiara 
di "non poter accettare in alcun modo" 
l'interpretazione secondo cui i bisogni radicali sa- 
rebbero quelli "che non possono essere soddisfatti 
nel quadro istituzionale della democrazia formale". 
Poiché' per "bisogni radicali" noi intendiamo ap- 
punto questi ultimi, ringraziamo la professoressa 
per il chiarimento e la congediamo senza ulteriori 
indugi. 



File : POLEFINE.SOC 


8. Ovvio che quella della devalorizzazione e' piu' 
una tensione “ideale", una linea a cui avvicinarsi in 
maniera asintotica, piuttosto che un possibile tra- 
guardo del movimento delle occupazioni. Non cre- 
diamo che nei centri sociali si annidi un nuovo Poi 
Pot pronto ad abolire il denaro hic et nunc. Non si 
può' prescindere totalmente dalla forma-merce: i 
concerti e le iniziative di autofinanziamento nei 
centri sono un momento indispensabile, fonda- 
mentale. Occorre pero' sforzarsi di abbattere lo 
steccato che divide gestori e frequentatori, affin- 
ché' quanti partecipano - a vari livelli - alla vita del 
centro possano vivere lo spazio fuori da un rap- 
porto di commercio. 

9. Domenico Fisichella, Il denaro e la democrazia. 
La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1990. 

10. U.V.L.S.I., "La minaccia della pace", su 
"Decoder" n.6, inverno 1991. 

11. Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza. 
De Donato, Bari 1974. 


9 


PER UN’APPROCCIO POLEMICO 
AL DOCUMENTO “FINESOC.DOC" 

ED ALTRE NOTE. 

La lettura della realtà che ha fatto il compagno 
che ha redatto questo documento ha destato in me 
notevole interesse, anche se mi trova in pressoché 
totale disaccordo. 

Cercherò di motivare tale disaccordo in questo 
scritto. 

L'asprezza polemica in certi punti non deve 
trarre in inganno circa il rispetto personale nei con- 
fronti dell'autore di FINESÒC; credo anzi che pro- 
prio il rispetto profondo per l'altrui lavoro teorico, 
sia maggiormente sottolineato proprio dalla pun- 
tualità della polemica. Voglio inoltre ricordare che 
la teoria per ogni rivoluzionario è strettamente 
correlata alla pratica, ecco perchè la correttezza di 
impostazione teorica è così importante per 
l'attuazione di una pratica politica corretta ed effi- 
cace. 

Condivido peraltro la scelta dell'autore di non 
firmare l'articolo, se tale scelta proviene dalla con- 
vinzione che il lavoro teorico, anche là dove è 
opera individuale, rientri nel patrimonio comples- 
sivo del movimento (specie quando aquisisce ri- 
lievo informatico). Nella critica sotto esposta mi 
sono avvalso anche dell'articolo pubblicato dallo 
stesso autore sulla rivista "Invarianti" n°19-20 in- 
verno 91-92 pubblicato da pag. 74 in poi (fatto 
suggeritomi dall'autore stesso) e da Spleen1.zip, 
file rinvenibile nelle aree "comunicazione" di ECN. 

Per comodità ho deciso di dare un nome di 
battesimo di "rete" all'autore di FINESOC; dato che 
io mi sostituisco a lui nella scelta di tale appellativo 
ho deciso di chiamarlo "Alter-ego" (del resto, se ci 
riflette, è stato proprio lui a suggerirmi di utilizzare 
un gergo speciale nella realizzazione di questo ini- 
zio di polemica), ma la scelta di questo nome in 
particolare deriva dalla profonda condivisione 
dell'opzione secondo la quale "siamo nell'epoca in 
cui non bisogna tenere per sé i propri appunti" 
anche se tali appunti non rappresentano ancora la 
soluzione definitiva a tutte le questioni teoriche 
aperte. Infine Alter-ego perchè anche lui, come 
me, ha il coraggio, ma anche il desiderio, di esporsi 
al rischio del pubblico ludibrio. 

Per utilizzare i punti analitici individuati da Al- 
ter-ego preciserò che: 

A. non credo si possa parlare in modo categorico 
di "morte del sociale", perlomeno nel senso in cui 
se ne parla in questo scritto; 

B. esattamente all'opposto di Alter-ego, ritengo 
che sia ormai sempre meno possibile parlare di 



qualsiasi percorso di liberazione che non inizi dal 
presupposto della riappropriazione sociale dei 
mezzi di produzione, cioè che non ci sia più lo 
spazio per conquiste parziali aH'interno della logica 
dei sistema (fine storica di ogni spazio per il ri- 
formismo): 

C. contesto decisamente che il processo di infor- 
matizzazione della società sia un capitolo già 
concluso anziché "in fieri" e che quindi non esista 
la possibilità storica di dare un volto di classe alla 
rivoluzione informatica. 

TEMPO DEL SOGGETTO = NUOVO MODO DI 
VIVERE IL SOCIALE 

L'analisi che presenta gli esseri umani come 
puri fruitori di messaggi mass-mediali è errata 
nella sua pretesa di generalità. 

Tale pretesa è molto chiara se si tiene conto del 
fatto che Alter-ego afferma a pag.74 di Invarianti 
che siamo di fronte alla « ...scomparsa del con- 
cetto tradizionale di "territorio"...» e che <<...Nei 
paesi capitalisti avanzati, i media sono i veri 
agenti di riproduzione della forza lavoro : invadendo 
l'immaginario collettivo, informano la società e SI 
FANNO TERRITORIO.» (il maiuscolo è 
nell'originale ma la sottolineatura è mia). 

Gli individui sono "anche" fruitori della spetta- 
colarizzazione sociale, sono anche ricettori più o 
meno passivi di messaggi ma il voler dire, come 
sembra fare Alter-ego, che questa è l'unica di- 
mensione dei soggetti è irrealistico oltre che fuor- 
viante. 

Infatti, interpretando letteralmente il concetto 
sopraeposto, si è tentati di associarlo ad una vec- 
chia strofa moralista del Vangelo che si imparava 
un tempo a catechismo. Essa recitava: «Non di 
solo pane vive l'uomo, ma di ogni buona parola 
che esce dalla bocca del Signore». Nella nuova 
interpretazione alter-eghista secondo la quale "i 
veri agenti di riproduzione della forza-lavoro" sono 
i "mass-media" (tiè ai mezzi di produzione), tale 
frase potrebbe a tutt'oggi suonare:«Non di pane 
vive l'uomo, ma solo di ogni messaggio che esce 
dalla bocca dei Mass-media!». E non è ca- 
suale la sostituzione del "Signore" coi "Mass-me- 
dia", in quanto ponendo questi ultimi come i nuovi 
creatori assoluti della così detta "realtà virtuale" 
(che, in fin dei conti diventa poi l'unica realtà con- 
cretamente percepita e quindi l'unica realtà tout- 
court). Alter-ego si promuove ad inventore di una 
nuova metafisica "scientificamente fondata", 
aH'interno della quale ritroviamo tutti i vecchi con- 
cetti sulla preesistenza dell'idea rispetto alla re- 
altà, solo ridisegnati in chiave "post-moderna". 

E' esattamente dalla confusione della "parte" 
col "tutto", cioè dalla ipostatizzazione del soggetto 
come puro fruitore di immagine sociale che na- 


scono tutti gli errori analitici che descriveremo in 
seguito. Probabilmente se Alter-ego si fosse limi- 
tato ad analizzare l'impatto mass-mediale sulla 
società e quindi sugli individui, il suo lavoro 
avrebbe conservato spunti di notevole interesse 
(che in parte permangono comunque e che cer- 
cherò di evidenziare). 

Oltre a questo vi è un'utilizzo improprio della 
parola "sociale". Infatti, il "nostro", utilizza tale ter- 
mine come se fosse una sostanza, tant'è che 
qualcuno leggendo della "morte del sociale" 
avrebbe potuto commuoversi, magari pensando 
alla dipartita di un suo caro amico. 

Tanto per chiarire ulteriormente le obiezioni 
mosse finora al capitoletto FINE DEL SOCIALE = 
TEMPO DEL SOGGETTO, intendo riportare la de- 
finizione che il vocabolario Zingarelli della lingua 
italiana dà del termine "sociale":«Che si riferisce 
all'ambiente in cui si svolge la propria vita, per tutto 
ciò che concerne il lavoro, i rapporti con gli altri, i 
contatti umani a ogni livello e simili». Talché, per 
finire il sociale, dovrebbero semplicemente finire... 
gli esseri umani! 

Ma lasciamo perdere le diatribe semantiche per 
tornare a quelle più propriamente politiche. 

Il pensare al "sociale" come ad un tutto unico 
ed indifferenziato, significa oltretutto perdere ogni 
punto di vista classista nell'analisi, appunto, del 
"sociale". Questo è confermato dal passo in cui, 
parlando delle "menti prespettacolari". Alter-ego 
afferma:«..., qualsiasi postazione queste occu- 
passero nel gioco dello Homo homini lupus (cioè 
dello stato borghese, n.d.r.)>>. Anche in questo 
caso si evidenzia come l'impostazione metafisica 
scelta da Alter-ego (forse in modo parzialmente 
inconsapevole?), finisce per originare 
un'impostazione che potremmo definire 
"metaclassista", cioè "al di là delle classi", e quindi 
al di là del materialismo e del marxismo (e lo af- 
fermo pacatamente, senza l'idea di lanciare alcuna 
scomunica. Anzi la preoccupazione di essere 
frainteso in tal senso, cioè la preoccupazione che 
qualcuno possa pensare che con questo scritto 
intendo rilanciare una di quelle dispute 
"meravigliose" così di moda negli anni '70, nelle 
quali tra compagni ci si accusava a vicenda di es- 
sere "opportunisti" nel migliore dei casi e "nemici 
della rivoluzione" nei peggiori, preciso quanto se- 
gue: TALE SCRITTO NON INTENDE PORRE IN 
ALCUN MODO IN DISCUSSIONE L'OPZIONE RI- 
VOLUZIONARIA DEL REDATTORE DEL DOCU- 
MENTO OGGETTO DI POLEMICA. Chi scrive non 
ritiene in nessun modo nè ambisce ad essere 
"sacerdote" del "verbo marxista" e preferisce la- 
sciare ai teologi l'interpretazione delle "sacre scrit- 
ture". Preciso inoltre che non è detto che 
un'interpretazione marxista più classica sia più utile 
allo sviluppo dell'azione rivoluzionaria nella nostra 



epoca. Questo perché sia chiaro che il dire che 
Lin'impostazione teorica di un certo tipo si pone al 
di fuori del campo marxista di indagine della realtà, 
non è ancora sufficiente per dimostrarne 
l'inadeguatezza storica e l'inservibilità politica). 

Comunque non è tanto la polemica parola per 
parola o la definizione del "paradigma di riferi- 
mento" che mi interessa, quanto il confronto tra le 
diverse prospettive analitiche che ci caratterizzano. 

La mia analisi su quel fenomeno che accetto di 
definire "individualismo di massa" è molto più posi- 
tiva rispetto a quella di Alter-ego. Ritengo cioè che 
il tentativo, sempre più diffuso tra gli individui che 
abitano nelle zone capitalisticamente più svilup- 
pate, di crearsi percorsi individuali (seppur sempre 
mercificati) di approccio alla realtà sociale, abbia 
anche aspetti positivi oltre quelli negativi, abbisogni 
cioè di una valutazione dialettica. 

Se pure è vero che le "scelte" riservate ai vari 
soggetti, più o meno proletarizzati, nell'agire so- 
ciale sono sempre predeterminate dal sistema e 
che quindi viviamo in un mondo di eterodiretti, cioè 
di persone che, per quanto si sforzino di fare scelte 
personali, girano in tondo, cioè finiscono sempre e 
comunque per essere fruitori di scelte che altri 
hanno preconfezionato, purtuttavia è sempre una 
soluzione preferibile rispetto a quella di chi non si 
può permettere neppure l'illusione della scelta. In 
altri termini: è meglio mangiare in una mensa di 
fabbrica nella quale puoi scegliere tra varie portate 
diverse, piuttosto che mangiare in un'altra mensa 
di fabbrica nella quale vi è solo la possibilità di 
mangiare pane e cipolla. Sarà anche vero che nel 
secondo caso è più facile individuare il disagio e, di 
conseguenza, la condizione di oppressione, ma se 
chi, avendo coscienza antagonista, si trova nella 
prima condizione e rimpiange la seconda perchè 
anche gii altri operai erano in grado di individuare 
più facilmente l'oppressione anziché cadere 
nell'illusione di libertà prodotta dalle pseudo- 
scelte, significa che non è all'altezza di proporre 
un'alternativa superiore. 

Voglio soffermarmi su questo concetto perchè è 
importante. 

Ricordo di quando facevo apprendistato rivolu- 
zionario ed un compagno mi erudiva giusto sul 
concetto di "illusione delle alternative". Faceva 
questo esempio:<<lmmagina un padre che abbia 
intenzione di mandare a letto il proprio figlio. Di 
fronte alla riottosità del figlio, anziché ricorrere alla 
repressione della serie "botte e a letto senza 
cena", tale genitore pone al figlio la seguente do- 
manda: "Vuoi andare a letto alle 9 o alle 9 e 
mezzo?". Ovvia la soddisfatta risposta del figlio 
"alle 9 e mezzo", ma dicendolo egli ha già accet- 
tato il gioco paterno autocostringendosi ad andare 
comunque a letto ad un orario evidentemente ac- 
cettabile per il padre. Le discussioni che possono 


intrecciarsi su quale preferire tra queste due forme 
di oppressione, sono potenzialmente infinite ed al- 
trettanto inconcludenti (anche se ad occhio prefe- 
rirei la seconda, perchè odio andare comunque a 
letto presto ed oltretutto ammaccato e senza 
cena!). Appare però subito ovvio che esiste una 
terza alternativa: sarebbe preferibile che il bambino 
potesse seguire liberamente i suoi ritmi naturali. 
Ecco quindi che quando siamo in grado di proporre 
un'alternativa superiore, cadono tutti i discorsi sulla 
famosa "lana caprina". Ed ecco perchè inorridisco 
quando sento in officina degli operai che, parlando 
dei nostri colleghi dell'est, affermano che sono stati 
dei veri sciocchi a cadere nello specchio per allo- 
dole del cosiddetto "modello occidentale". Inorri- 
disco perchè ritengo incredibilmente cinico chi, 
avendo la pancia piena, deride chi, con la pancia 
vuota e sognando un modo per riempirla, cade in 
un trabocchetto. 

Nei fatti il vero problema a cui debbono ri- 
spondere i rivoluzionari del 2000 è: esiste 
un'alternativa superiore all'esistente? 

Per ora preferisco ritornare alla critica del lavoro 
di Alter-ego, cosa che ci consentirà mano a mano 
di arrivare ad una ipotesi di soluzione di questo 
quesito. 

Quindi, per finire rispetto al capitoletto sulla 
"morte del sociale", cito una frasettina tratta da 
SPLEEN1.ZIP, che descrive efficacemente la re- 
altà attuale:«lncontriamo in situazioni occasionali 
individui separati che vanno seguendo il caso. Le 
loro emozioni divergenti si neutralizzano e man- 
tengono il loro ambiente di noia.». E' proprio 
questa la situazione in cui si dibatte la nostra so- 
cietà. il proletariato diffuso cerca disperatamente 
l'alternativo, l'esotico, (dal corso di hata-yoga al 
ristorante afro-cubano-sino-giapponese, dalla 
vacanza Alpi-tour ad emozione programmata al 
trekking su percorsi iperverificati) ma non fà che 
aggirarsi tra cibi precotti. Quindi il tessuto sociale 
anziché essere morto è, al contrario, iperattivizzato 
dall'affannosa ricerca da parte degli individui che lo 
compongono di una qualche emozione, di quella 
realtà vitale alla quale anelano rimanendone con- 
tinuamente esclusi. Il proletariato delle zone mag- 
giormente industrializzate è composto da individui 
sempre più incapaci di comunicare tra loro proprio 
perchè non hanno nulla da raccontarsi, poiché non 
sono mai "protagonisti" di nulla ma solo fruitori 
passivi (credo che Alter-ego si ritroverà d'accordo 
con me in questo passo). E questo dimostra che il 
capitalismo, anche là dove sembra essersi 
espresso nelle sue migliori realizzazioni, è un si- 
stema incapace di produrre realtà a misura di es- 
sere umano. Dimostra cioè che il capitalismo è un 
sistema produttore di morte e degradazione so- 
ciale. Il capitale, in altri termini, permette 
un'espressione solo parziale delle potenzialità 



umane: ma ciò significa che esistono immense ri- 
serve di energia psico-fisica, di desiderio di pro- 
tagonismo che sono utilizzabili da un punto di vista 
rivoluzionario! Significa cioè che il tessuto sociale, 
anziché essere morto, è, da un punto di vista rivo- 
luzionario, un'incredibile miniera di energia e po- 
tenzialità inespresse, cioè di }dla! (vedremo cosa 
pensa di questo, invece). 

Del resto se la realtà non fosse dialettica, vitale 
e, quindi, contraddittoria, dovremmo parlare non 
solo di fine del sociale, ma, più propriamente, di 
"fine della storia". Ma se così fosse, come potrebbe 
lo stesso Alter-ego accettare di scrivere nel suo 
documento la frase che riporto sempre da 
SPLEEN1.ZIP:«Noi rovineremo queste condizioni 
facendo apparire in qualche punto il segnale in- 
cendiario di un gioco superiore". Perchè questa 
frase prevede come realistica l'ipotesi di un gioco 
superiore! 

Vediamo dunque per quali strade Alter-ego 
immagina di proporre un'alternativa possibile, ana- 
lizzando il capitoletto, relativo al punto B, che egli 
intitola "Lo spazio come bisogno radicale e la 
corporeità mutante" e che invece io intitolerò 

L'UNITA' DEL MOLTEPLICE ovvero IL FUTURO 
CI APPARTIENE 

Questa è la parte apparentemente più 
"escandalosa" del suo documento, ma come ten- 
terò di dimostrare, non è altro che la necessaria 
conseguenza della sua impostazione. 

C'è un concetto ricorrente ormai negli scritti di 
Alter-ego: è il superamento dato per scontato del 
problema della riappropriazione dei mezzi di pro- 
duzione da parte del proletariato. 

Vediamo un pò:«Non c'è più nulla da espro- 
priare, la produzione si basa tutta su progetti di 
morte. Non c'è più nulla da autogestire...» (da 
Invarianti, pag.75 - IV); <<La "ricchezza" prodotta 
oggi dal capitale è "sterco che non si può utilizzare 
neppure più come letame".» (da FINESCC, inizio 
capitoletto "Lo spazio come bisogno ecc..."); «Ci 
troviamo inoltre a che fare con la sopraggiunta 
inutilità, nei paesi capitalistici avanzati, di espro- 
priare i mezzi di produzione (che è oggi principal- 
mente PRCDUZICNE DI MORTE) ...» (Cfr. Fl- 
NESOC, punto B prima pag.). 

Anche qui però mi viene da pensare che Alter- 
ego giunga a queste affermazioni non per una 
spassionata analisi della realtà concreta ma che, al 
contrario, arrivi a queste conclusioni per giustificare 
un suo pregiudizio. 

Partiamo dunque dal pregiudizio. 

Alter (ego) parte dal concetto che l'unica possi- 
bilità residua di lotta, sia quella della lotta per i 
centri sociali, vista non più come un passaggio, 
un'articolazione tattica del movimento che si è ri- 


velata una felice interpretazione di una certa fase 
storicamente determinata: no, il nostro fà di più, ed 
ancora una volta traspone ciò che dovrebbe es- 
sere solo fenomenico e transeunte, in ciò che sarà 
ultimo e definitivo. Trasforma quindi il mezzo in 
fine, realizzando un'esperimento già riuscito ad 
inizio secolo a Bernstein, il che è strano. I due 
personaggi sono, infatti, apparentemente agli an- 
tipodi poiché Alter-ego è certamente un rivolu- 
zionario, mentre Bernstein era sicuramente un ri- 
formista. Eppure ambedue si ritrovano incredìbil- 
mente d'accordo su un punto e cioè nella famosa 
definizione Bernsteiniana secondo la quale "il mo- 
vimento è tutto, il fine è nulla". Dunque Aiter-ego 
agisce da rivoluzionario ma pensa da riformista? 
Questo è esattamente ciò che tenterò di dimo- 
strare. 

Innanzi tutto vediamo se è vero che i centri so- 
ciali, la loro conquista, realizzazione e manteni- 
mento e la "purezza rivoluzionaria" degli stessi, 
sono l'unico fine possibile per Alter-ego. 

Da Invarianti, pag.74:<<Riprendersi la città? E 
per farne che? 

... Piuttosto, distruggere l'eccentrico obbligato 
per costruire, tra le vie brulicanti, un'anticittà senza 
visibili confini, in cui un viandante non riesca a co- 
gliere il preciso istante dell'ingresso o dell'uscita.» 
Già qui è interessante notare l'ambizione 
all'invisibilità e alla non percettibilità alla quale pare 
aspirare Alter-ego. 

Da Invarianti, pag,79 - l:«Gli spazi occupati 
sono una porzione di interzona; le interzone sono i 
luoghi dove fioriscono e si scontrano le varie 
sub/contro/culture, sono le nicchie di tempo sca- 
vate dall'incessante scambiarsi dei termini del re- 
cupero e dell'anticipazione, dove ogni segno è 
ambivalente. Occorre stare nell'interzona, correre 
sul confine tra anticipazione e recupero, lavorare 
su come i segnali del comando possano essere 
deviati-ricaricati per creare insubordinazione e ri- 
produrre per contagio l'autonomia sociale.» In- 
samma: se è vero che gli spazi occupati sono una 
porzione di interzona e che occorre stare 
nell'interzona, ne consegue che bisogna stare negli 
spazi occupati e da lì "contagiare" il mondo circo- 
stante. 

Resta aperto un "piccolo" quesito: COME con- 
tagiare lo spazio circostante? 

(Apro volutamente una breve parentesi, cioè 
"un'interzona", nel discorso che sto facendo. 
Franco Crespi nel suo tomo "Le vie della sociolo- 
gia", definisce la "coscienza" come "il luogo della 
differenza tra il determinato [cioè l'esterno, 
l'oggettivo] e l'indeterminato [cioè l'interno, il sog- 
gettivo]". In altre parole la coscienza è una vero e 
proprio luogo di interzona. Vuoi vedere che, in 
fondo in fondo, col suo discorso sull'interzona Al- 
ter-ego finisce col sottintendere che la rivoluzione 



è un problema di coscienza?! E' solo un problema 
di coscienza per te, Alter-ego? Non ti facevo così 
... religioso nell'ipotizzare che il cambiamento so- 
ciale derivi solo ed esclusivamente dal cambia- 
mento coscienziale!) 

Da FINESOC, paragrafo "LO SPAZIO... 
ecc. ":«... il BISOGNO DI SPAZIO; spazio del 
corpo, spazio per viverci, per farci qualcosa, per 
incontrarvi l'altro da sè. ... In questo scenario ne- 
onaturale si giocano le chances dell'antipotere: lo 
spazio è un bisogno qualitativo, una volta espro- 
priato e devalorizzato (spogliato della forma merce) 
ha un suo polimorfo "valore d'uso". Occorre però 
non rifarne il luogo dell'abitudine, delle catene af- 
fettive che ristabiliscano il sacro deH'"oggettualità 
allestita", bensì il luogo di una deriva continua, una 
cartografia che ogni giorno l'azione mandi al ma- 
cero. ...>>. 

Come si può vedere, tutta l'analisi di Alter-ego 
parte dalla realtà dei centri sociali, riteorizza il ruolo 
degli stessi al fine di ottenere un discorso per i 
centri sociali e che tornì ai centri stessi in un vorti- 
coso girare e rigirare su sè. Non è certo un caso 
che l'articolo su invarianti si concluda dicendo che 
bisogna "mirare principalmente a stupire sè stessi . 
RIUSCIRSI IMPREVEDIBILI.» (la sottolineatura è 
mia), cioè, in un certo senso, guardarsi allo spec- 
chio con un naso finto e "stupendosi di sè stessi" 
osservare compiaciuti il proprio ... ombelico! 

Nell'immaginario di Alter-ego il ruolo 
dell'Autonomia deve ridursi alla "vocazione alla 
marginalità". Infatti (ancora pag.79 di Inva- 
rianti) :<<Cggi dobbiamo assolutamente evitare di 
opporre confini a confini, adeguare il nostro inter- 
vento alle derive eccentriche di cui la città è il con- 
tenitore, trasformare il nomadismo da necessità 
(l'essere sulla strada dopo aver subito uno sgom- 
bero, il girovagare abulico dei periodi di scora- 
mento) in virtù (non essere mai dove ci aspettano, 
fingere di tracciare i confini di uno spazio "liberato" 
mentre si prepara una nuova ANABASIS dall'uscita 
posteriore)». E' il mito del rivoluzionario zingaro, 
per il quale, esattamente come si diceva all'inizio, 
"il movimento è tutto, il fine è nulla". Attenzione: ho 
il massimo rispetto per la cultura zigana, che ha 
diversi spunti di interesse ma che è sempre stata e 
sempre sarà una cultura della marginalità, che non 
intacca, nè intende farlo, il substrato sul quale so- 
pravvive (substrato dal quale è, oltretutto, forte- 
mente influenzata). 

Ma non esistono zone totalmente liberate. Non 
possiamo pensare ai centri sociali come a dei 
moderni monasteri aH'interno dei quali i "puri" evi- 
tano di farsi contaminare dalla corruzione del 
mondo circostante. Nè è corretto immaginare la 
raltà come uno specchio deformante, sul quale i 
Centri Sociali Occupati sarebbero delle microfes- 
surazioni che debbono via via associarsi alle altre 


microfratture attendendo la definitiva rottura dello 
specchio stesso, rottura provocata però dalle con- 
traddizioni stridenti che la stessa “struttura" dello 
specchio invariabilmente crea, anziché su un'attiva 
e cosciente azione dì distruzione dal basso di una 
realtà oppressiva. E' questo che intende Alter-ego 
quando scrive che "...il nostro scopo dev'essere 
ASSECONDARE L'ENTROPIA, anticiparne 
l'avanzare e prepararsi a PROSPERARE SUL 
CAOS." (op.cit.pag.79). In certo qual modo tale 
impostazione è poco diversa da quella dei marxisti 
meccanicisti, che vedevano l'approdo al socialismo 
come una ineluttabile necessità storica e che 
quindi potevano permettersi, come dice un'antico 
proverbio orientale, di "sedere lungo il fiume ad 
attendere il passaggio del cadavere del proprio 
nemico". 

Mi pare che Alter-ego, in buona sostanza, butti 
via la parte più feconda del pensiero marxista e 
trattenga quella che si è rivelata più fallace. Infatti 
ritiene superata tutta l'analisi strutturale, cioè la 
parte che analizza la struttura economica e che 
individua nel metodo di produzione capitalista la 
contraddizione principale da abbattere, e continui 
invece a ricercare spasmodicamente "il" soggetto 
rivoluzionario che sarà l'artefice del "mondo nuovo 
e liberato". Non è un caso, a questo proposito, che 
il nostro in FINESOC prenda la seguente citazione 
dal testo "LE VERITÀ' NOMADI" di Negri e Guat- 
tarì:«Non è affatto un paradosso dire che SOLO 
LE MARGINALITÀ' SONO CAPACI DI UNIVER- 
SALITA'(...) la verità 'a portata dì universo' si co- 
stituisce con la scoperta dell'amico nella sua sin- 
golarità, dell'altro nella sua irriducìbile eterogeneità, 
della comunità solidale nel rispetto dei suoi valori e 
delle sue finalità. Ouesto è il 'metodo' e la logica 
delle marginalità che sono così il segno esemplare 
di una innovazione politica richiamata dai disposi- 
tivi produttivi attuali, adeguata alle trasformazioni 
rivoluzionarie. Ogni marginalità, scommettendo su 
sè stessa, è dunque portatrice potenziale dei bi- 
sogni e dei desideri della più ampia maggioranza". 

lo dò un'interpretazione del tutto personale a 
questo discorso sulle marginalità. Sono convinto 
che presa a sè, ogni contraddizione rappresenti 
una marginalità. In un certo senso neH'immaginario 
del proletariato diffuso, tutto è marginale: la con- 
traddizione sul luogo di produzione, la contraddi- 
zione femminile, la contraddizione ecologica, la 
contraddizione posta daH'immigrazione, la con- 
traddizione del disoccupato cronico, del senza 
casa, ecc. Ogniuna di esse contiene il tutto, ma 
nessuna di esse è in grado dì egemonizzare tutte 
le altre. Ed è giusto che sia così! Provate un pò a 
raccontare alle compagne che la contraddizione 
femminile può essere sussunta nella contraddi- 
zione del modo di produzione capitalista: scom- 



metto che ogniuna di loro vi riderebbe sonora- 
mente in faccia e con giusta soddisfazione! 

Purtuttavia resta vero che ciascuna di tali con- 
traddizioni è attraversata e, ogniuna a suo modo, 
necessitata dal metodo di produzione capitalista, E 
allora compagni/e il nostro compito non è più 
quello di individuare "un" soggetto rivoluzionario 
che si faccia egemone, ma di collegare le 
marginalità, creare quelle che Negri e Guattari 
nello stesso pamphlet di cui sopra chiamano 
“macchine di lotta", le quali intercomunicando e 
scambiandosi esperienze, riflessioni e suggeri- 
menti interagiscano sinergicamente per abbattere il 
sistema di produzione capitalista, vedendo nella 
sua distruzione non il fine ultimo delle lotte ma, al 
contrario, la premessa indispensabile per la rea- 
lizzazione delie singole e differenti aspirazioni. 

Il comuniSmo è un processo vitale, e non può 
prosperare semplicistacamente sul CAOS, ma 
sulla combinazione creativa di razionalità ed irra- 
zionalità. 

Nella sua argomentazione sulla Corporeità 
Mutante, ma anche in tutto il resto del documento. 
Alter-ego sembra ridurre tutto alla necessità di ri- 
fugiarsi nell'irrazionale. Sembra di ritornare alla 
vecchia polemica romantica che, dopo l'ubriacatura 
razionalistica dell'epoca dei lumi, tenta di ricon- 
durre l'individuo alla sua dimensione emotiva. Na- 
turale che il tutto è letto in chiave estremamente 
moderna. Qui infatti, in buona sostanza, si sostiene 
che l'unica reazione alla "razionalità tecnotronica" 
del sistema è nell'irrazionalità totale e portata alle 
estreme conseguenze (il tanto agognato CAOS). 
Ancora una volta si tenta di ridurre la persona ad 
una sola delle sue dimensioni: i razionalisti vo- 
gliono negare il corpo per esaltare la testa (la "Dea 
ragione"): Alter-ego vuole esaltare il corpo con una 
allegra ... decapitazione! ('fanculo la razionalità). 

E no, caro Alter, siamo tutti esseri umani, al- 
troché brandle-mosche! (brandle-mosche = vedi 
FINESOC) 

Il tentativo di ridurre gli esseri umani alla sem- 
plice istintualità corporea è un tentativo di rendere 
semplice ciò che è complesso. 

Oltretutto mi sembra anche un'impostazione 
maschilista. Infatti il movimento femminista, a mio 
modo di vedere, ha lottato esattamente per eman- 
cipare la donna dalla sua mera corporeità, cioè per 
fare si che le femmine non fossero ridotte alla sola 
espressione della loro fisicità estetica ed istintuale, 
ma perchè potessero entrare nella società tutte 
intere coi loro intelletti ed i loro corpi. Proprio per 
questo ritengo che a livello sociale il movimento 
femminista mantenga grandi potenzialità da espri- 
mere; penso infatti che siano ancora una volta le 
donne (e preciserei le donne proletarizzate, poiché 
quelle che ricoprono ruoli di potere non hanno di- 
mostrato di fare grandi figure, lady Tatcher docet) 


ad essere protagoniste delle future auspicabili lotte 
per un avanzamento di civiltà. Il perchè è presto 
detto: storicamente il rapporto di coppia si è sem- 
pre sorretto su rapporti di potere, e questo è una 
fregatura da un punto di vista femminile a pre- 
scindere dalla considerazione su chi esercitasse il 
potere all'Interno delle diverse coppie material- 
mente originatesi. 

In genere, all'Interno di una società gerarchica, 
la femmina è "fortunata" o considerata tale se rie- 
sce ad accaparrarsi un maschio posto in situazione 
dominante: figuriamoci poi se in una coppia sì fatta 
la donna può mettere in discussione l'autorità del 
marito! Ma in aggiunta a ciò, in una società gerar- 
chico-competitiva come la nostra, una femmina 
che si accoppi ad un maschio che, a sua volta, 
occupa una posizione subalterna, è costretta a 
subire non solo la frustrazione personale rispetto 
alla mancata affermazione sociale ma anche a su- 
bire quella de! marito, che sovente si ripercuote su 
di lei anche in modo violento. 

Tornando al problema della dualità tra psichico 
e corporeo, è ancora una volta la femmina umana 
ad essere più pronta e più interessata ad una 
completa estrinsecazione delle potenzialità degli 
individui sia maschi che femmine. 

Intendo spiegarne la ragione. 

La società maschilista è una società psichica- 
mente omosessuale: infatti in tale realtà i maschi 
ricercano l'approvazione sociale dagli altri maschi, 
mentre le femmine temono la disapprovazione so- 
ciale delle altre femmine. 

Dunque i rapporti psichicamente significativi 
restano neH'ambito della comunicazione maschio 
con maschio: è in tale tipo di relazione che il ma- 
schio umano ricerca comprensione, amicizia e 
stima. Le "femmine" sono solo oggetto di conqui- 
sta: possono fungere da trofei di caccia agli occhi 
degli altri maschi oppure servire da serve per la ri- 
produzione della vita maschile o, infine ed in tempi 
più recenti, rendersi utili alla produzione 
comunicativa maschile, sia come oggetto dì desi- 
derio (mercificazione del corpo femminile in ogni 
salsa possibile ed immaginabile) sia nei ruoli su- 
balterni di segreteria del lavoro maschile (questo 
capita tanto sui luoghi di lavoro quanto là dove si 
pretende di produrre valori antagonisti, non dimen- 
tichiamo ì famosi 'angeli del ciclostile', ruolo tipico 
riservato alle femmine nei gruppi rivoluzionari anni 
' 70 ). 

E' interessante notare l'effetto che il maschili- 
smo produce nell'ambito dei rapporti tra donne. Si 
potrebbe addirittura stabilire una legge: più una 
società è maschilista, meno le donne sono solidali 
tra loro, viceversa più le donne sviluppano solida- 
rietà interindividuale meno la società stessa è 
maschilista. Da questo punto di vista sono convinto 
che il discorso femminista definito "separatista" 



File : POLEFINE.SOC 


8. Ovvio che quella della devalorizzazione e' piu' 
una tensione “ideale", una linea a cui avvicinarsi in 
maniera asintotica, piuttosto che un possibile tra- 
guardo del movimento delle occupazioni. Non cre- 
diamo che nei centri sociali si annidi un nuovo Poi 
Pot pronto ad abolire il denaro hic et nunc. Non si 
può' prescindere totalmente dalla forma-merce: i 
concerti e le iniziative di autofinanziamento nei 
centri sono un momento indispensabile, fonda- 
mentale. Occorre pero' sforzarsi di abbattere lo 
steccato che divide gestori e frequentatori, affin- 
ché' quanti partecipano - a vari livelli - alla vita del 
centro possano vivere lo spazio fuori da un rap- 
porto di commercio. 

9. Domenico Fisichella, Il denaro e la democrazia. 
La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1990. 

10. U.V.L.S.I., "La minaccia della pace", su 
"Decoder" n.6, inverno 1991. 

11. Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza. 
De Donato, Bari 1974. 


9 


PER UN’APPROCCIO POLEMICO 
AL DOCUMENTO “FINESOC.DOC" 

ED ALTRE NOTE. 

La lettura della realtà che ha fatto il compagno 
che ha redatto questo documento ha destato in me 
notevole interesse, anche se mi trova in pressoché 
totale disaccordo. 

Cercherò di motivare tale disaccordo in questo 
scritto. 

L'asprezza polemica in certi punti non deve 
trarre in inganno circa il rispetto personale nei con- 
fronti dell'autore di FINESÒC; credo anzi che pro- 
prio il rispetto profondo per l'altrui lavoro teorico, 
sia maggiormente sottolineato proprio dalla pun- 
tualità della polemica. Voglio inoltre ricordare che 
la teoria per ogni rivoluzionario è strettamente 
correlata alla pratica, ecco perchè la correttezza di 
impostazione teorica è così importante per 
l'attuazione di una pratica politica corretta ed effi- 
cace. 

Condivido peraltro la scelta dell'autore di non 
firmare l'articolo, se tale scelta proviene dalla con- 
vinzione che il lavoro teorico, anche là dove è 
opera individuale, rientri nel patrimonio comples- 
sivo del movimento (specie quando aquisisce ri- 
lievo informatico). Nella critica sotto esposta mi 
sono avvalso anche dell'articolo pubblicato dallo 
stesso autore sulla rivista "Invarianti" n°19-20 in- 
verno 91-92 pubblicato da pag. 74 in poi (fatto 
suggeritomi dall'autore stesso) e da Spleen1.zip, 
file rinvenibile nelle aree "comunicazione" di ECN. 

Per comodità ho deciso di dare un nome di 
battesimo di "rete" all'autore di FINESOC; dato che 
io mi sostituisco a lui nella scelta di tale appellativo 
ho deciso di chiamarlo "Alter-ego" (del resto, se ci 
riflette, è stato proprio lui a suggerirmi di utilizzare 
un gergo speciale nella realizzazione di questo ini- 
zio di polemica), ma la scelta di questo nome in 
particolare deriva dalla profonda condivisione 
dell'opzione secondo la quale "siamo nell'epoca in 
cui non bisogna tenere per sé i propri appunti" 
anche se tali appunti non rappresentano ancora la 
soluzione definitiva a tutte le questioni teoriche 
aperte. Infine Alter-ego perchè anche lui, come 
me, ha il coraggio, ma anche il desiderio, di esporsi 
al rischio del pubblico ludibrio. 

Per utilizzare i punti analitici individuati da Al- 
ter-ego preciserò che: 

A. non credo si possa parlare in modo categorico 
di "morte del sociale", perlomeno nel senso in cui 
se ne parla in questo scritto; 

B. esattamente all'opposto di Alter-ego, ritengo 
che sia ormai sempre meno possibile parlare di 



qualsiasi percorso di liberazione che non inizi dal 
presupposto della riappropriazione sociale dei 
mezzi di produzione, cioè che non ci sia più lo 
spazio per conquiste parziali aH'interno della logica 
dei sistema (fine storica di ogni spazio per il ri- 
formismo): 

C. contesto decisamente che il processo di infor- 
matizzazione della società sia un capitolo già 
concluso anziché "in fieri" e che quindi non esista 
la possibilità storica di dare un volto di classe alla 
rivoluzione informatica. 

TEMPO DEL SOGGETTO = NUOVO MODO DI 
VIVERE IL SOCIALE 

L'analisi che presenta gli esseri umani come 
puri fruitori di messaggi mass-mediali è errata 
nella sua pretesa di generalità. 

Tale pretesa è molto chiara se si tiene conto del 
fatto che Alter-ego afferma a pag.74 di Invarianti 
che siamo di fronte alla « ...scomparsa del con- 
cetto tradizionale di "territorio"...» e che <<...Nei 
paesi capitalisti avanzati, i media sono i veri 
agenti di riproduzione della forza lavoro : invadendo 
l'immaginario collettivo, informano la società e SI 
FANNO TERRITORIO.» (il maiuscolo è 
nell'originale ma la sottolineatura è mia). 

Gli individui sono "anche" fruitori della spetta- 
colarizzazione sociale, sono anche ricettori più o 
meno passivi di messaggi ma il voler dire, come 
sembra fare Alter-ego, che questa è l'unica di- 
mensione dei soggetti è irrealistico oltre che fuor- 
viante. 

Infatti, interpretando letteralmente il concetto 
sopraeposto, si è tentati di associarlo ad una vec- 
chia strofa moralista del Vangelo che si imparava 
un tempo a catechismo. Essa recitava: «Non di 
solo pane vive l'uomo, ma di ogni buona parola 
che esce dalla bocca del Signore». Nella nuova 
interpretazione alter-eghista secondo la quale "i 
veri agenti di riproduzione della forza-lavoro" sono 
i "mass-media" (tiè ai mezzi di produzione), tale 
frase potrebbe a tutt'oggi suonare:«Non di pane 
vive l'uomo, ma solo di ogni messaggio che esce 
dalla bocca dei Mass-media!». E non è ca- 
suale la sostituzione del "Signore" coi "Mass-me- 
dia", in quanto ponendo questi ultimi come i nuovi 
creatori assoluti della così detta "realtà virtuale" 
(che, in fin dei conti diventa poi l'unica realtà con- 
cretamente percepita e quindi l'unica realtà tout- 
court). Alter-ego si promuove ad inventore di una 
nuova metafisica "scientificamente fondata", 
aH'interno della quale ritroviamo tutti i vecchi con- 
cetti sulla preesistenza dell'idea rispetto alla re- 
altà, solo ridisegnati in chiave "post-moderna". 

E' esattamente dalla confusione della "parte" 
col "tutto", cioè dalla ipostatizzazione del soggetto 
come puro fruitore di immagine sociale che na- 


scono tutti gli errori analitici che descriveremo in 
seguito. Probabilmente se Alter-ego si fosse limi- 
tato ad analizzare l'impatto mass-mediale sulla 
società e quindi sugli individui, il suo lavoro 
avrebbe conservato spunti di notevole interesse 
(che in parte permangono comunque e che cer- 
cherò di evidenziare). 

Oltre a questo vi è un'utilizzo improprio della 
parola "sociale". Infatti, il "nostro", utilizza tale ter- 
mine come se fosse una sostanza, tant'è che 
qualcuno leggendo della "morte del sociale" 
avrebbe potuto commuoversi, magari pensando 
alla dipartita di un suo caro amico. 

Tanto per chiarire ulteriormente le obiezioni 
mosse finora al capitoletto FINE DEL SOCIALE = 
TEMPO DEL SOGGETTO, intendo riportare la de- 
finizione che il vocabolario Zingarelli della lingua 
italiana dà del termine "sociale":«Che si riferisce 
all'ambiente in cui si svolge la propria vita, per tutto 
ciò che concerne il lavoro, i rapporti con gli altri, i 
contatti umani a ogni livello e simili». Talché, per 
finire il sociale, dovrebbero semplicemente finire... 
gli esseri umani! 

Ma lasciamo perdere le diatribe semantiche per 
tornare a quelle più propriamente politiche. 

Il pensare al "sociale" come ad un tutto unico 
ed indifferenziato, significa oltretutto perdere ogni 
punto di vista classista nell'analisi, appunto, del 
"sociale". Questo è confermato dal passo in cui, 
parlando delle "menti prespettacolari". Alter-ego 
afferma:«..., qualsiasi postazione queste occu- 
passero nel gioco dello Homo homini lupus (cioè 
dello stato borghese, n.d.r.)>>. Anche in questo 
caso si evidenzia come l'impostazione metafisica 
scelta da Alter-ego (forse in modo parzialmente 
inconsapevole?), finisce per originare 
un'impostazione che potremmo definire 
"metaclassista", cioè "al di là delle classi", e quindi 
al di là del materialismo e del marxismo (e lo af- 
fermo pacatamente, senza l'idea di lanciare alcuna 
scomunica. Anzi la preoccupazione di essere 
frainteso in tal senso, cioè la preoccupazione che 
qualcuno possa pensare che con questo scritto 
intendo rilanciare una di quelle dispute 
"meravigliose" così di moda negli anni '70, nelle 
quali tra compagni ci si accusava a vicenda di es- 
sere "opportunisti" nel migliore dei casi e "nemici 
della rivoluzione" nei peggiori, preciso quanto se- 
gue: TALE SCRITTO NON INTENDE PORRE IN 
ALCUN MODO IN DISCUSSIONE L'OPZIONE RI- 
VOLUZIONARIA DEL REDATTORE DEL DOCU- 
MENTO OGGETTO DI POLEMICA. Chi scrive non 
ritiene in nessun modo nè ambisce ad essere 
"sacerdote" del "verbo marxista" e preferisce la- 
sciare ai teologi l'interpretazione delle "sacre scrit- 
ture". Preciso inoltre che non è detto che 
un'interpretazione marxista più classica sia più utile 
allo sviluppo dell'azione rivoluzionaria nella nostra 



epoca. Questo perché sia chiaro che il dire che 
Lin'impostazione teorica di un certo tipo si pone al 
di fuori del campo marxista di indagine della realtà, 
non è ancora sufficiente per dimostrarne 
l'inadeguatezza storica e l'inservibilità politica). 

Comunque non è tanto la polemica parola per 
parola o la definizione del "paradigma di riferi- 
mento" che mi interessa, quanto il confronto tra le 
diverse prospettive analitiche che ci caratterizzano. 

La mia analisi su quel fenomeno che accetto di 
definire "individualismo di massa" è molto più posi- 
tiva rispetto a quella di Alter-ego. Ritengo cioè che 
il tentativo, sempre più diffuso tra gli individui che 
abitano nelle zone capitalisticamente più svilup- 
pate, di crearsi percorsi individuali (seppur sempre 
mercificati) di approccio alla realtà sociale, abbia 
anche aspetti positivi oltre quelli negativi, abbisogni 
cioè di una valutazione dialettica. 

Se pure è vero che le "scelte" riservate ai vari 
soggetti, più o meno proletarizzati, nell'agire so- 
ciale sono sempre predeterminate dal sistema e 
che quindi viviamo in un mondo di eterodiretti, cioè 
di persone che, per quanto si sforzino di fare scelte 
personali, girano in tondo, cioè finiscono sempre e 
comunque per essere fruitori di scelte che altri 
hanno preconfezionato, purtuttavia è sempre una 
soluzione preferibile rispetto a quella di chi non si 
può permettere neppure l'illusione della scelta. In 
altri termini: è meglio mangiare in una mensa di 
fabbrica nella quale puoi scegliere tra varie portate 
diverse, piuttosto che mangiare in un'altra mensa 
di fabbrica nella quale vi è solo la possibilità di 
mangiare pane e cipolla. Sarà anche vero che nel 
secondo caso è più facile individuare il disagio e, di 
conseguenza, la condizione di oppressione, ma se 
chi, avendo coscienza antagonista, si trova nella 
prima condizione e rimpiange la seconda perchè 
anche gii altri operai erano in grado di individuare 
più facilmente l'oppressione anziché cadere 
nell'illusione di libertà prodotta dalle pseudo- 
scelte, significa che non è all'altezza di proporre 
un'alternativa superiore. 

Voglio soffermarmi su questo concetto perchè è 
importante. 

Ricordo di quando facevo apprendistato rivolu- 
zionario ed un compagno mi erudiva giusto sul 
concetto di "illusione delle alternative". Faceva 
questo esempio:<<lmmagina un padre che abbia 
intenzione di mandare a letto il proprio figlio. Di 
fronte alla riottosità del figlio, anziché ricorrere alla 
repressione della serie "botte e a letto senza 
cena", tale genitore pone al figlio la seguente do- 
manda: "Vuoi andare a letto alle 9 o alle 9 e 
mezzo?". Ovvia la soddisfatta risposta del figlio 
"alle 9 e mezzo", ma dicendolo egli ha già accet- 
tato il gioco paterno autocostringendosi ad andare 
comunque a letto ad un orario evidentemente ac- 
cettabile per il padre. Le discussioni che possono 


intrecciarsi su quale preferire tra queste due forme 
di oppressione, sono potenzialmente infinite ed al- 
trettanto inconcludenti (anche se ad occhio prefe- 
rirei la seconda, perchè odio andare comunque a 
letto presto ed oltretutto ammaccato e senza 
cena!). Appare però subito ovvio che esiste una 
terza alternativa: sarebbe preferibile che il bambino 
potesse seguire liberamente i suoi ritmi naturali. 
Ecco quindi che quando siamo in grado di proporre 
un'alternativa superiore, cadono tutti i discorsi sulla 
famosa "lana caprina". Ed ecco perchè inorridisco 
quando sento in officina degli operai che, parlando 
dei nostri colleghi dell'est, affermano che sono stati 
dei veri sciocchi a cadere nello specchio per allo- 
dole del cosiddetto "modello occidentale". Inorri- 
disco perchè ritengo incredibilmente cinico chi, 
avendo la pancia piena, deride chi, con la pancia 
vuota e sognando un modo per riempirla, cade in 
un trabocchetto. 

Nei fatti il vero problema a cui debbono ri- 
spondere i rivoluzionari del 2000 è: esiste 
un'alternativa superiore all'esistente? 

Per ora preferisco ritornare alla critica del lavoro 
di Alter-ego, cosa che ci consentirà mano a mano 
di arrivare ad una ipotesi di soluzione di questo 
quesito. 

Quindi, per finire rispetto al capitoletto sulla 
"morte del sociale", cito una frasettina tratta da 
SPLEEN1.ZIP, che descrive efficacemente la re- 
altà attuale:«lncontriamo in situazioni occasionali 
individui separati che vanno seguendo il caso. Le 
loro emozioni divergenti si neutralizzano e man- 
tengono il loro ambiente di noia.». E' proprio 
questa la situazione in cui si dibatte la nostra so- 
cietà. il proletariato diffuso cerca disperatamente 
l'alternativo, l'esotico, (dal corso di hata-yoga al 
ristorante afro-cubano-sino-giapponese, dalla 
vacanza Alpi-tour ad emozione programmata al 
trekking su percorsi iperverificati) ma non fà che 
aggirarsi tra cibi precotti. Quindi il tessuto sociale 
anziché essere morto è, al contrario, iperattivizzato 
dall'affannosa ricerca da parte degli individui che lo 
compongono di una qualche emozione, di quella 
realtà vitale alla quale anelano rimanendone con- 
tinuamente esclusi. Il proletariato delle zone mag- 
giormente industrializzate è composto da individui 
sempre più incapaci di comunicare tra loro proprio 
perchè non hanno nulla da raccontarsi, poiché non 
sono mai "protagonisti" di nulla ma solo fruitori 
passivi (credo che Alter-ego si ritroverà d'accordo 
con me in questo passo). E questo dimostra che il 
capitalismo, anche là dove sembra essersi 
espresso nelle sue migliori realizzazioni, è un si- 
stema incapace di produrre realtà a misura di es- 
sere umano. Dimostra cioè che il capitalismo è un 
sistema produttore di morte e degradazione so- 
ciale. Il capitale, in altri termini, permette 
un'espressione solo parziale delle potenzialità 



umane: ma ciò significa che esistono immense ri- 
serve di energia psico-fisica, di desiderio di pro- 
tagonismo che sono utilizzabili da un punto di vista 
rivoluzionario! Significa cioè che il tessuto sociale, 
anziché essere morto, è, da un punto di vista rivo- 
luzionario, un'incredibile miniera di energia e po- 
tenzialità inespresse, cioè di }dla! (vedremo cosa 
pensa di questo, invece). 

Del resto se la realtà non fosse dialettica, vitale 
e, quindi, contraddittoria, dovremmo parlare non 
solo di fine del sociale, ma, più propriamente, di 
"fine della storia". Ma se così fosse, come potrebbe 
lo stesso Alter-ego accettare di scrivere nel suo 
documento la frase che riporto sempre da 
SPLEEN1.ZIP:«Noi rovineremo queste condizioni 
facendo apparire in qualche punto il segnale in- 
cendiario di un gioco superiore". Perchè questa 
frase prevede come realistica l'ipotesi di un gioco 
superiore! 

Vediamo dunque per quali strade Alter-ego 
immagina di proporre un'alternativa possibile, ana- 
lizzando il capitoletto, relativo al punto B, che egli 
intitola "Lo spazio come bisogno radicale e la 
corporeità mutante" e che invece io intitolerò 

L'UNITA' DEL MOLTEPLICE ovvero IL FUTURO 
CI APPARTIENE 

Questa è la parte apparentemente più 
"escandalosa" del suo documento, ma come ten- 
terò di dimostrare, non è altro che la necessaria 
conseguenza della sua impostazione. 

C'è un concetto ricorrente ormai negli scritti di 
Alter-ego: è il superamento dato per scontato del 
problema della riappropriazione dei mezzi di pro- 
duzione da parte del proletariato. 

Vediamo un pò:«Non c'è più nulla da espro- 
priare, la produzione si basa tutta su progetti di 
morte. Non c'è più nulla da autogestire...» (da 
Invarianti, pag.75 - IV); <<La "ricchezza" prodotta 
oggi dal capitale è "sterco che non si può utilizzare 
neppure più come letame".» (da FINESCC, inizio 
capitoletto "Lo spazio come bisogno ecc..."); «Ci 
troviamo inoltre a che fare con la sopraggiunta 
inutilità, nei paesi capitalistici avanzati, di espro- 
priare i mezzi di produzione (che è oggi principal- 
mente PRCDUZICNE DI MORTE) ...» (Cfr. Fl- 
NESOC, punto B prima pag.). 

Anche qui però mi viene da pensare che Alter- 
ego giunga a queste affermazioni non per una 
spassionata analisi della realtà concreta ma che, al 
contrario, arrivi a queste conclusioni per giustificare 
un suo pregiudizio. 

Partiamo dunque dal pregiudizio. 

Alter (ego) parte dal concetto che l'unica possi- 
bilità residua di lotta, sia quella della lotta per i 
centri sociali, vista non più come un passaggio, 
un'articolazione tattica del movimento che si è ri- 


velata una felice interpretazione di una certa fase 
storicamente determinata: no, il nostro fà di più, ed 
ancora una volta traspone ciò che dovrebbe es- 
sere solo fenomenico e transeunte, in ciò che sarà 
ultimo e definitivo. Trasforma quindi il mezzo in 
fine, realizzando un'esperimento già riuscito ad 
inizio secolo a Bernstein, il che è strano. I due 
personaggi sono, infatti, apparentemente agli an- 
tipodi poiché Alter-ego è certamente un rivolu- 
zionario, mentre Bernstein era sicuramente un ri- 
formista. Eppure ambedue si ritrovano incredìbil- 
mente d'accordo su un punto e cioè nella famosa 
definizione Bernsteiniana secondo la quale "il mo- 
vimento è tutto, il fine è nulla". Dunque Aiter-ego 
agisce da rivoluzionario ma pensa da riformista? 
Questo è esattamente ciò che tenterò di dimo- 
strare. 

Innanzi tutto vediamo se è vero che i centri so- 
ciali, la loro conquista, realizzazione e manteni- 
mento e la "purezza rivoluzionaria" degli stessi, 
sono l'unico fine possibile per Alter-ego. 

Da Invarianti, pag.74:<<Riprendersi la città? E 
per farne che? 

... Piuttosto, distruggere l'eccentrico obbligato 
per costruire, tra le vie brulicanti, un'anticittà senza 
visibili confini, in cui un viandante non riesca a co- 
gliere il preciso istante dell'ingresso o dell'uscita.» 
Già qui è interessante notare l'ambizione 
all'invisibilità e alla non percettibilità alla quale pare 
aspirare Alter-ego. 

Da Invarianti, pag,79 - l:«Gli spazi occupati 
sono una porzione di interzona; le interzone sono i 
luoghi dove fioriscono e si scontrano le varie 
sub/contro/culture, sono le nicchie di tempo sca- 
vate dall'incessante scambiarsi dei termini del re- 
cupero e dell'anticipazione, dove ogni segno è 
ambivalente. Occorre stare nell'interzona, correre 
sul confine tra anticipazione e recupero, lavorare 
su come i segnali del comando possano essere 
deviati-ricaricati per creare insubordinazione e ri- 
produrre per contagio l'autonomia sociale.» In- 
samma: se è vero che gli spazi occupati sono una 
porzione di interzona e che occorre stare 
nell'interzona, ne consegue che bisogna stare negli 
spazi occupati e da lì "contagiare" il mondo circo- 
stante. 

Resta aperto un "piccolo" quesito: COME con- 
tagiare lo spazio circostante? 

(Apro volutamente una breve parentesi, cioè 
"un'interzona", nel discorso che sto facendo. 
Franco Crespi nel suo tomo "Le vie della sociolo- 
gia", definisce la "coscienza" come "il luogo della 
differenza tra il determinato [cioè l'esterno, 
l'oggettivo] e l'indeterminato [cioè l'interno, il sog- 
gettivo]". In altre parole la coscienza è una vero e 
proprio luogo di interzona. Vuoi vedere che, in 
fondo in fondo, col suo discorso sull'interzona Al- 
ter-ego finisce col sottintendere che la rivoluzione 



è un problema di coscienza?! E' solo un problema 
di coscienza per te, Alter-ego? Non ti facevo così 
... religioso nell'ipotizzare che il cambiamento so- 
ciale derivi solo ed esclusivamente dal cambia- 
mento coscienziale!) 

Da FINESOC, paragrafo "LO SPAZIO... 
ecc. ":«... il BISOGNO DI SPAZIO; spazio del 
corpo, spazio per viverci, per farci qualcosa, per 
incontrarvi l'altro da sè. ... In questo scenario ne- 
onaturale si giocano le chances dell'antipotere: lo 
spazio è un bisogno qualitativo, una volta espro- 
priato e devalorizzato (spogliato della forma merce) 
ha un suo polimorfo "valore d'uso". Occorre però 
non rifarne il luogo dell'abitudine, delle catene af- 
fettive che ristabiliscano il sacro deH'"oggettualità 
allestita", bensì il luogo di una deriva continua, una 
cartografia che ogni giorno l'azione mandi al ma- 
cero. ...». 

Come si può vedere, tutta l'analisi di Alter-ego 
parte dalla realtà dei centri sociali, riteorizza il ruolo 
degli stessi al fine di ottenere un discorso per i 
centri sociali e che tornì ai centri stessi in un vorti- 
coso girare e rigirare su sè. Non è certo un caso 
che l'articolo su invarianti si concluda dicendo che 
bisogna "mirare principalmente a stupire sè stessi . 
RIUSCIRSI IMPREVEDIBILI.» (la sottolineatura è 
mia), cioè, in un certo senso, guardarsi allo spec- 
chio con un naso finto e "stupendosi di sè stessi" 
osservare compiaciuti il proprio ... ombelico! 

Nell'immaginario di Alter-ego il ruolo 
dell'Autonomia deve ridursi alla "vocazione alla 
marginalità". Infatti (ancora pag.79 di Inva- 
rianti) :«Cggi dobbiamo assolutamente evitare di 
opporre confini a confini, adeguare il nostro inter- 
vento alle derive eccentriche di cui la città è il con- 
tenitore, trasformare il nomadismo da necessità 
(l'essere sulla strada dopo aver subito uno sgom- 
bero, il girovagare abulico dei periodi di scora- 
mento) in virtù (non essere mai dove ci aspettano, 
fingere di tracciare i confini di uno spazio "liberato" 
mentre si prepara una nuova ANABASIS dall'uscita 
posteriore)». E' il mito del rivoluzionario zingaro, 
per il quale, esattamente come si diceva all'inizio, 
"il movimento è tutto, il fine è nulla". Attenzione: ho 
il massimo rispetto per la cultura zigana, che ha 
diversi spunti di interesse ma che è sempre stata e 
sempre sarà una cultura della marginalità, che non 
intacca, nè intende farlo, il substrato sul quale so- 
pravvive (substrato dal quale è, oltretutto, forte- 
mente influenzata). 

Ma non esistono zone totalmente liberate. Non 
possiamo pensare ai centri sociali come a dei 
moderni monasteri aH'interno dei quali i "puri" evi- 
tano di farsi contaminare dalla corruzione del 
mondo circostante. Nè è corretto immaginare la 
raltà come uno specchio deformante, sul quale i 
Centri Sociali Occupati sarebbero delle microfes- 
surazioni che debbono via via associarsi alle altre 


microfratture attendendo la definitiva rottura dello 
specchio stesso, rottura provocata però dalle con- 
traddizioni stridenti che la stessa “struttura" dello 
specchio invariabilmente crea, anziché su un'attiva 
e cosciente azione dì distruzione dal basso di una 
realtà oppressiva. E' questo che intende Alter-ego 
quando scrive che "...il nostro scopo dev'essere 
ASSECONDARE L'ENTROPIA, anticiparne 
l'avanzare e prepararsi a PROSPERARE SUL 
CAOS." (op.cit. pag.79). In certo qual modo tale 
impostazione è poco diversa da quella dei marxisti 
meccanicisti, che vedevano l'approdo al socialismo 
come una ineluttabile necessità storica e che 
quindi potevano permettersi, come dice un'antico 
proverbio orientale, di "sedere lungo il fiume ad 
attendere il passaggio del cadavere del proprio 
nemico". 

Mi pare che Alter-ego, in buona sostanza, butti 
via la parte più feconda del pensiero marxista e 
trattenga quella che si è rivelata più fallace. Infatti 
ritiene superata tutta l'analisi strutturale, cioè la 
parte che analizza la struttura economica e che 
individua nel metodo di produzione capitalista la 
contraddizione principale da abbattere, e continui 
invece a ricercare spasmodicamente "il" soggetto 
rivoluzionario che sarà l'artefice del "mondo nuovo 
e liberato". Non è un caso, a questo proposito, che 
il nostro in FINESOC prenda la seguente citazione 
dal testo "LE VERITÀ' NOMADI" di Negri e Guat- 
tarì:«Non è affatto un paradosso dire che SOLO 
LE MARGINALITÀ' SONO CAPACI DI UNIVER- 
SALITA'(...) la verità 'a portata dì universo' si co- 
stituisce con la scoperta dell'amico nella sua sin- 
golarità, dell'altro nella sua irriducìbile eterogeneità, 
della comunità solidale nel rispetto dei suoi valori e 
delle sue finalità. Ouesto è il 'metodo' e la logica 
delle marginalità che sono così il segno esemplare 
di una innovazione politica richiamata dai disposi- 
tivi produttivi attuali, adeguata alle trasformazioni 
rivoluzionarie. Ogni marginalità, scommettendo su 
sè stessa, è dunque portatrice potenziale dei bi- 
sogni e dei desideri della più ampia maggioranza". 

lo dò un'interpretazione del tutto personale a 
questo discorso sulle marginalità. Sono convinto 
che presa a sè, ogni contraddizione rappresenti 
una marginalità. In un certo senso neH'immaginario 
del proletariato diffuso, tutto è marginale: la con- 
traddizione sul luogo di produzione, la contraddi- 
zione femminile, la contraddizione ecologica, la 
contraddizione posta daH'immigrazione, la con- 
traddizione del disoccupato cronico, del senza 
casa, ecc. Ogniuna di esse contiene il tutto, ma 
nessuna di esse è in grado dì egemonizzare tutte 
le altre. Ed è giusto che sia così! Provate un pò a 
raccontare alle compagne che la contraddizione 
femminile può essere sussunta nella contraddi- 
zione del modo di produzione capitalista: scom- 



metto che ogniuna di loro vi riderebbe sonora- 
mente in faccia e con giusta soddisfazione! 

Purtuttavia resta vero che ciascuna di tali con- 
traddizioni è attraversata e, ogniuna a suo modo, 
necessitata dal metodo di produzione capitalista, E 
allora compagni/e il nostro compito non è più 
quello di individuare "un" soggetto rivoluzionario 
che si faccia egemone, ma di collegare le 
marginalità, creare quelle che Negri e Guattari 
nello stesso pamphlet di cui sopra chiamano 
“macchine di lotta", le quali intercomunicando e 
scambiandosi esperienze, riflessioni e suggeri- 
menti interagiscano sinergicamente per abbattere il 
sistema di produzione capitalista, vedendo nella 
sua distruzione non il fine ultimo delle lotte ma, al 
contrario, la premessa indispensabile per la rea- 
lizzazione delie singole e differenti aspirazioni. 

Il comuniSmo è un processo vitale, e non può 
prosperare semplicistacamente sul CAOS, ma 
sulla combinazione creativa di razionalità ed irra- 
zionalità. 

Nella sua argomentazione sulla Corporeità 
Mutante, ma anche in tutto il resto del documento. 
Alter-ego sembra ridurre tutto alla necessità di ri- 
fugiarsi nell'irrazionale. Sembra di ritornare alla 
vecchia polemica romantica che, dopo l'ubriacatura 
razionalistica dell'epoca dei lumi, tenta di ricon- 
durre l'individuo alla sua dimensione emotiva. Na- 
turale che il tutto è letto in chiave estremamente 
moderna. Qui infatti, in buona sostanza, si sostiene 
che l'unica reazione alla "razionalità tecnotronica" 
del sistema è nell'irrazionalità totale e portata alle 
estreme conseguenze (il tanto agognato CAOS). 
Ancora una volta si tenta di ridurre la persona ad 
una sola delle sue dimensioni: i razionalisti vo- 
gliono negare il corpo per esaltare la testa (la "Dea 
ragione"): Alter-ego vuole esaltare il corpo con una 
allegra ... decapitazione! ('fanculo la razionalità). 

E no, caro Alter, siamo tutti esseri umani, al- 
troché brandle-mosche! (brandle-mosche = vedi 
FINESOC) 

Il tentativo di ridurre gli esseri umani alla sem- 
plice istintualità corporea è un tentativo di rendere 
semplice ciò che è complesso. 

Oltretutto mi sembra anche un'impostazione 
maschilista. Infatti il movimento femminista, a mio 
modo di vedere, ha lottato esattamente per eman- 
cipare la donna dalla sua mera corporeità, cioè per 
fare si che le femmine non fossero ridotte alla sola 
espressione della loro fisicità estetica ed istintuale, 
ma perchè potessero entrare nella società tutte 
intere coi loro intelletti ed i loro corpi. Proprio per 
questo ritengo che a livello sociale il movimento 
femminista mantenga grandi potenzialità da espri- 
mere; penso infatti che siano ancora una volta le 
donne (e preciserei le donne proletarizzate, poiché 
quelle che ricoprono ruoli di potere non hanno di- 
mostrato di fare grandi figure, lady Tatcher docet) 


ad essere protagoniste delle future auspicabili lotte 
per un avanzamento di civiltà. Il perchè è presto 
detto: storicamente il rapporto di coppia si è sem- 
pre sorretto su rapporti di potere, e questo è una 
fregatura da un punto di vista femminile a pre- 
scindere dalla considerazione su chi esercitasse il 
potere all'Interno delle diverse coppie material- 
mente originatesi. 

In genere, all'Interno di una società gerarchica, 
la femmina è "fortunata" o considerata tale se rie- 
sce ad accaparrarsi un maschio posto in situazione 
dominante: figuriamoci poi se in una coppia sì fatta 
la donna può mettere in discussione l'autorità del 
marito! Ma in aggiunta a ciò, in una società gerar- 
chico-competitiva come la nostra, una femmina 
che si accoppi ad un maschio che, a sua volta, 
occupa una posizione subalterna, è costretta a 
subire non solo la frustrazione personale rispetto 
alla mancata affermazione sociale ma anche a su- 
bire quella de! marito, che sovente si ripercuote su 
di lei anche in modo violento. 

Tornando al problema della dualità tra psichico 
e corporeo, è ancora una volta la femmina umana 
ad essere più pronta e più interessata ad una 
completa estrinsecazione delle potenzialità degli 
individui sia maschi che femmine. 

Intendo spiegarne la ragione. 

La società maschilista è una società psichica- 
mente omosessuale: infatti in tale realtà i maschi 
ricercano l'approvazione sociale dagli altri maschi, 
mentre le femmine temono la disapprovazione so- 
ciale delle altre femmine. 

Dunque i rapporti psichicamente significativi 
restano neH'ambito della comunicazione maschio 
con maschio: è in tale tipo di relazione che il ma- 
schio umano ricerca comprensione, amicizia e 
stima. Le "femmine" sono solo oggetto di conqui- 
sta: possono fungere da trofei di caccia agli occhi 
degli altri maschi oppure servire da serve per la ri- 
produzione della vita maschile o, infine ed in tempi 
più recenti, rendersi utili alla produzione 
comunicativa maschile, sia come oggetto dì desi- 
derio (mercificazione del corpo femminile in ogni 
salsa possibile ed immaginabile) sia nei ruoli su- 
balterni di segreteria del lavoro maschile (questo 
capita tanto sui luoghi di lavoro quanto là dove si 
pretende di produrre valori antagonisti, non dimen- 
tichiamo ì famosi 'angeli del ciclostile', ruolo tipico 
riservato alle femmine nei gruppi rivoluzionari anni 
' 70 ). 

E' interessante notare l'effetto che il maschili- 
smo produce nell'ambito dei rapporti tra donne. Si 
potrebbe addirittura stabilire una legge: più una 
società è maschilista, meno le donne sono solidali 
tra loro, viceversa più le donne sviluppano solida- 
rietà interindividuale meno la società stessa è 
maschilista. Da questo punto di vista sono convinto 
che il discorso femminista definito "separatista" 



mantenga ancora validità, in un certo senso. Mi 
spiego: se con la separatezza si intende fare un 
discorso di donne che parlano ad altre donne al 
fine di occuparsi dei problemi delle donne, il ses- 
sismo separatista diventa astratto ed inconclu- 
dente, per la semplice ed elementare ragione che 
rimane in un'ottica minoritaria. Se invece il separa- 
tismo sessista è intepretato in un'ottica maggiorita- 
ria, cioè è considerato come una fase transitoria 
ma necessaria per stabilire un codice di autocon- 
validazione femminile; se tale codice permetterà 
loro di emanciparsi dalla ricerca dell'approvazione 
maschile per diventare produttrici indipendenti del 
loro valore sociale; a quel punto esse saranno in 
grado, nei fatti, di indurre "l'altra metà del cielo" a 
porsi il problema di mettersi all'altezza di dialettiz- 
zarsi con loro, per avviarsi, questa volta insieme in 
un divenire dialettico, al raggiungimento delia fase 
"eterosessuale" di sviluppo della società. 

(Apro qui una parentesi, pedante ma necessa- 
ria: in questo testo le definizioni di "fase omoses- 
suale" e "fase eterosessuale" delia società, sono 
da intendersi nella accezione psicanalitica [cioè 
come trasposizione dello sviluppo individuale allo 
sviluppo sociale] e non sottintendono nessun 
"giudizio di merito" rispetto alla eterosessualità ed 
aiia omosessualità. Tengo a precisare che, al con- 
trario, solo una società giunta alla fase eteroses- 
suale, cioè nella quale sia esplicitato al massimo il 
valore della "differenza", può non più limitarsi a 
"toilerare" l'omosessualità come avviene nella fase 
capitalista attuale, ma valorizzare l'omosessualità 
come un valore positivo, cioè come un ulteriore ar- 
ricchimento della complessità sociale.) 

Abbiamo dunque osservato come la contraddi- 
zione femminile, partendo dal suo specifico, con- 
tenga in sè il tutto e tenda a lottare per una realtà 
sociale non gerarchica. Eppure la storia ci ha in- 
segnato che anche il movimento femminista, ri- 
piegandosi su sè stesso, tende ad essere riformi- 
sta, al pari del movimento operaio nel suo com- 
plesso, al pari del movimento antirazzista, al pari 
dei movimento studentesco, al pari (beccati que- 
sta, Alter-ego) del movimento per la conquista 
degli spazi sociali, se tale movimento si ripiegherà 
su sè stesso. 

II capitalismo è un nemico duttile: ha dato prova 
di essere all'altezza di ricodificare e ridurre a mo- 
mentanea impotenza, mitigandole, le principali 
contraddizioni sociali che esso stesso inevitabil- 
mente crea. 

Una sola cosa non può fare: eliminare comple- 
tamente le contraddizioni che gli sono connaturate. 

In senso figurato, il capitalismo è come una 
nave-prigione-tritatutto che naviga in un mare 
chiuso e che produce continuamente delle mine 
vaganti: fino a che tali mine tornano alla nave una 
alla volta, il capitale riesce ad otturare le falle ed 


anzi, consumando forza-lavoro, le mine stesse 
risultano funzionali al processo di distruzione che il 
capitale ha connaturato nella sua stessa struttura 
genetica. 

Ma provate ad immaginare cosa succederebbe 
se i marinai utilizzassero l'acqua che entra nelle 
stive per imparare a nuotare e se, nel frattempo, 
inventassero un sistema per radiocomandare le 
varie mine e farle giungere tutte contemporanea- 
mente alla nave! Questo significherebbe arrivare al 
momento in cui si potrebbe definitivamente di- 
struggere la nave-prigione e, raggiunte le rive 
circostanti, impadronirsi finalmente del pianeta. 

Cercherò di spiegare cosa intendo fuor di me- 
tafora. 

Rispetto al fatto che il capitalismo sia ormai 
giunto nella sua fase decadente e che cioè abbia 
esaurito completamente qualsiasi potenzialità 
progressiva, concordo pienamente con Alter-ego. 

Infatti non solo non è più in grado di sviluppare 
ulteriormente i mezzi di produzione, ma con la 
promozione dell'avvento della fase informatica, ha 
messo in moto l'ultimo processo progressivo anche 
a livello sovrastrutturale. Esso sta riducendosi 
sempre più ad un enorme bubbone che infetta il 
pianeta sia in senso ecologico che dal punto di vi- 
sta dei rapporti sociali. 

Ma in che modo noi rivoluzionari possiamo 
ripulire chirurgicamente questo pianeta prima che 
diventi esso stesso un ammasso di macerie? 

Infatti non sono affatto d'accordo con Alter-ego 
quando sostiene che "non c'e assolutamente nulla 
di orwelliano nei nostri sistemi high-tech democra- 
tico-spettacolari" (da Invarianti, pag.77). E' vero 
che lui si riferisce alle strutture architettoniche, ma 
a me interessa invece capire quanto di Orwelliano 
tende ad esserci nella struttura dei rapporti sociali. 
Per chi ha letto 1984 di George Orwell appunto, 
sarà facile individuare come almeno due delle sue 
previsioni futuristiche si siano rivelate esatte: la 
prima è relativa alla falsificazione sistematica della 
storia perpetrata scientemente tramite i mass-me- 
dia. Essa viene, proprio come ipotizzava Orwell, 
via via riletta, aggiornata e modificata ad uso e 
consumo delle classi dominanti. Qualche esempio? 
Ne "La lunga notte del comuniSmo", programma in 
onda su Rai uno pochi mesi fà, si dice in apertura 
che Lenin accentrò tutto il potere nelle sue mani e 
che Stalin, quindi, ereditò una dittatura personale 
direttamente dalle mani del suo "predecessore". 
Ora: questa non è solo una lettura superficiale ma 
è proprio una falsificazione della storia! Un'altro 
esempio ancora più eclatante è quello di quel fi- 
lone pseudo-storicista che in Germania stà ini- 
ziando a negare l'esistenza stessa dei Lagher na- 
zisti! 

Passiamo aila seconda intuizione Orwelliana: 
egli prevedeva che i sistemi dittatoriali del futuro. 



avrebbero avuto bisogno di un nemico esterno. E‘ 
esattamente ciò di cui abbisogna oggi ii capitale 
sia per diretta esperienza nel Golfo, sia per am- 
missione degli stessi pennivendoli di regime. 

Ma è un'ulteriore intuizione di Orwell quella che, 
secondo me, è più utile per capire quale futuro ci 
può riservare una società capitalisticamente strut- 
turata. 

Egli intrawede la possibilità che si costruisca 
una polarizzazione sociale proprio di tipo 
tecnocratico: da una parte un piccolo apparato di 
tecnocrati, succubi di un asfissiante controllo per- 
sonale, di una morale sessuo-repressiva ma pur- 
tuttavia facenti parte di una "casta privilegiata". 
Sotto a questo una massa di “prolet", individui 
iperatomizzati, vittime quasi totalmente inconsa- 
pevoli di un sistema al di fuori del loro controllo, 
privi di ogni codice di comportamento e quindi 
amorali e, aggiungo io, membri attivi di una realtà 
mafiosamente gestita. In altri termini; individui im- 
mersi nel CAOS. 

Ora: se questo è un futuro possibile (e secondo 
me lo è, basti analizzare la tendenza evolutiva 
della società statunitense), significa che attendere 
con fiducia ed anzi stimolare l'avvento del Caos 
sociale come propone Alter-ego, significa fare 
nientemeno che il gioco della borghesia . 

Per dare finalmente una risposta agli interroga- 
tivi sul futuro possibile visto da un'angolazione 
proletaria, scrivo l'ultima parte del documento che 
oltre ad essere, come di consueto, in aperta pole- 
mica con il capitoletto di Alter-ego intitolato 
"VALLAvNZASCA A SILICON VALLEY", rappre- 
senta la parte più pretenziosa del documento 
stesso, tant'è che la intitolerò; 

ALCUNE IPOTESI PER LA COSTRUZIONE DEL 
"MOVIMENTO" CHE, REALIZZANDO UN NUOVO 
STATO DI COSE, "ABOLISCE LO STATO DI 
COSE PRESENTI". 

Per iniziare questa parte del discorso, utilizzo 
due definizioni dell'esperimento scientifico tratte da 
SPLEEN1.ZIP: <<... l'esperimento non è una os- 
servazione oggettiva delta realtà al fine di cono- 
scerla, ma un'operazione di cui la scienza si serve 
per "formare" la realtà ai propri fini.>>; <<"ln ge- 
nerale si può osservare che lo strumento di misura 
usato nell'esperimento turba l'oggetto naturale, non 
tanto perchè esso sia adoperato da osservatori 
umani, quanto perchè è esso stesso un oggetto 
naturale e fisico e pertanto è sottoposto alle me- 
desime leggi fisiche della teoria in base alla quale 
l'esperimento viene predisposto. Ciò conferma, 
come aveva intuito Duhem, che l'esperimento è 
sempre metodologicamente e concettualmente 
dipendente dalla teoria che ne fà uso. ..">>. 


Condivido a fondo tale impostazione metodolo- 
gica che, in apparenza, anche Alter-ego condivide 
poiché è lui che per primo la riporta in un suo do- 
cumento. Eppure intendo dimostrare che in realtà 
Alter-ego, proprio a causa della sua impostazione 
metodologica generale, ha una visione positivista 
della scienza, e tende a pensare di poter analiz- 
zare oggettivamente la realtà. Mi servirò di due ci- 
tazioni per sostenere questa tesi. Sono prese da 
FINESOC (VALLANZASCA ecc.):« Ci siamo già 
occupati diffusamente di come i sistemi pseudori- 
zomatici di informazione e le tecnologie presunta- 
mente ''demassificanti" in realtà non facciano che 
frantumare la verticalità del rapporto emittente-ri- 
cettore, ristabilendo in modo ancor più totalitario 
l'appendicità del soggetto nel processo comunica- 
tivo.>>; e ancora;«... l'appendicità delle unità 
umane alle scelte del videodrome è ormai 
un'invariante del dominio capitalistico, ...». Come 
si vede, queste analisi vengono poste da Alter in 
modo assiomatico, dandone per scontata la veridi- 
cità: in realtà, di nuovo, esse sono accettabili solo 
se poste in veste problematica, come una ten- 
denza che è insita nella rivoluzione informatica fino 
a che essa viene gestita capitalisticamente, ma 
non è vero che la rivoluzione informatica stessa ha 
questa tendenza in modo necessario, univoco ed 
inevitabile. 

E' proprio l'idea che non esista nessuna possi- 
bilità di dare un'interpretazione proletaria 
deH'informatizzazione sociale che spinge il nostro a 
sostenere che:«"L'informazione è una galera. 
Nostro dovere è di evadere."; e ancora "... bisogna 
imparare ad EVADERE dalla società di controllo- 
comunicazione ..."». Questo "comuniSmo da 
evasione" è la base che giustamente Alter-ego 
pone per <<... prepararci alle lotte dei giorni a ve- 
nire, lotte inedite, imprevedibili perchè "al di là del 
sociale", irrapre-sentabili perchè "al di là del poli- 
tico"», il che mi sembra un modo per arrivare alla 
rivoluzione comunista nell'... al-di-là ! 

Ma se è vero che la scienza non è neutra, ma al 
contrario “di parte", è altrettanto vero che oltre alla 
lettura capitalista dell'esperimento in atto di infor- 
matizzazione sociale, se ne può dare anche una 
lettura comunista-rivoluzionaria, o proletaria se si 
preferisce. 

Cercherò ora di descrivere le differenze che 
caratterizzano le sovrastrutture sociali dell'era in- 
formatica rispetto a quelle dell'era burocratica. 

Nel recente passato i problemi posti 
dall'esigenza di centralizzare le informazioni ne- 
cessarie alla gestione di società complesse come 
quelle a sviluppo capitalistico, furono risolti con la 
creazione di enormi strutture burocratiche, che 
avevano esattamente la funzione di raccogliere, 
coordinare e smistare le informazioni stesse. Tali 
strutture svolgevano anche funzioni di controllo e 



repressione ed il principio fondamentale del fun- 
zionamento di tali burocrazie era quello del 
"segreto". Infatti esse gestivano fette anche consi- 
stenti di potere proprio grazie al monopolio di certe 
informazioni. Tali burocrazie erano formate da de- 
cine 0 centinaia oppure anche centinaia di migliaia 
di individui. Gli stati sono un esempio tipico di tali 
realtà. A proposito proprio degli stati e del principio 
del segreto, cito un breve passaggio dal testo di 
Rescigno "Corso di diritto pubblico": «D'altra parte 
l'apparato ha tutto l'interesse a tenere segreta 
quanto più è possibile la sua attività, per due ra- 
gioni complementari; la prima è che la conoscenza 
è potere, e dunque conoscere esclusivamente de- 
terminati fatti e notizie è il mezzo spesso vincente 
per riaffermare il proprio potere su altri; ... 

La seconda ragione è che la conoscenza è la 
condizione indispensabile della critica, e dunque 
impedire la conoscenza è il mezzo più efficace per 
impedire, di fatto, la critica.» 

Dopo una lunga e più o meno lenta evoluzione, 
siamo giunti ad una fase apparentemente opposta, 
nella quale le moderne tecnocrazie non si basano 
più sul segreto, ma sul “caos informativo". Ciò si- 
gnifica che non più sulla mancanza di informazioni 
si basa il mantenimento del potere e del consenso, 
ma al contrario sulla sovrabbondanza delle stesse. 
A questo proposito voglio menzionare una rifles- 
sione di un'altro compagno, secondo il quale se 
volessimo demistificare, cioè contro-informare ri- 
spetto alle falsificazioni che i mass-media borghesi 
spacciano in un solo giorno, impiegheremmo intere 
settimane...! Da questo punto di vista quindi, il 
tentativo di competere con la borghesia sul suo 
terreno, cioè il tentativo di "formare" e "orientare" 
l'opinione pubblica in modo rivoluzionario, ponen- 
doci da un punto di vista concorrenziale rispetto 
alla borghesia, significa agire con un'ottica stori- 
camente superata (oltre che perdente). 

E' a ragion veduta che parlo di tentativo 
"storicamente" superato: infatti in che modo se non 
questo si ponevano i rivoluzionari di inizio secolo? 

Ripercorriamo brevemente alcune tappe stori- 
che per capirlo, riferibili solo ai paesi capitalistica- 
mente più sviluppati. 

Il progressivo affermarsi del metodo di produ- 
zione capitalista, pone irrimediabilmente in crisi 
tutti i vecchi assetti istituzionali dell'epoca feudale. 
L'emergere della produzione in fabbriche via via 
più grandi fà sì che, oltre all'accumulo di potere 
economico nelle mani dei proprietari dei mezzi di 
produzione (i borghesi), sorga nella società un 
nuovo soggetto sociale in quantità esponenziale 
rispetto ai borghesi; il cosiddetto "proletario". I 
proletari erano individui strappati dalla coltivazione 
della terra, apparentemente affrancati dalla situa- 
zione di schiavitù delia gleba a cui l'epoca prece- 
dente di vedeva avvinti, per acquisire quell'illusione 


di libertà di cui Marx diceva:«l'unica libertà del 
proletariato è quella di scegliere a quale padrone 
vendere la propria forza lavoro.» Ma l'epoca 
dell'affermazione sociale di queste due nuove 
classi, è contraddistinta dall'odio insanabile tra 
esse, odio che la borghesia esprimeva concreta- 
mente nella brutalità con la quale sfruttava i suoi 
sottoposti, odio che gli stessi esprimevano con la 
lotta costante nei confonti di tale medesimo sfrut- 
tamento. In tale situazione molti intellettuali spesso 
di origine piccolo-borghese, schifati da una realtà 
sociale allucinante, scelsero l'opzione proletaria, si 
schierarono cioè col proletariato che nelle sue lotte 
tendeva necessariamente ad esprimere valori quali 
la solidarietà e l'eguaglianza e posero il proletariato 
come il soggetto che, con la lotta per la sua libera- 
zione, poteva tendere alla creazione di una nuova 
società, la società socialista appunto perchè, an- 
cora con le parole di Marx, "il proletariato in questa 
lotta non ha da perdere che le proprie catene". 

In virtù di tale scelta, molti di codesti intellettuali 
si aggregarono alle associazioni spontanee degli 
operai e si adoprarono per costruire quelli che 
possiamo definire "gli strumenti tecnici" necessari 
alla rivoluzione socialista o ritenuti tali: i partiti ri- 
voluzionari. Tali partiti, assieme alle grandi orga- 
nizzazioni sindacali, svolgevano un ruolo di 
centralizzazione e coordinamento delle (otte e te- 
sero a codeterminare lo sviluppo delle nuove for- 
mazioni statali promosse dalla rivoluzione indu- 
striale. La crescita di influenza sociale e politica dì 
tali organizzazioni ma soprattutto lo sviluppo quan- 
titativo dei suoi partecipanti, comportò l'avvento a 
livello sovrastrutturale di quella che storicamente 
possiamo caratterizzare come "l'epoca del potere 
burocratico". In questa fase storica assistiamo alla 
lotta delle due burocrazie che, pur facendo riferi- 
mento particolarmente alle due classi emergenti, 
tentano di egemonizzare l'intera società ai loro va- 
lori. 

E' in questo contesto che i rivoluzionari di inizio 
secolo cercano di dare un volto di classe a tale 
svolta sovrastrutturale, dato che con 
l'annientamento della borghesia sarebbe crollata 
anche la necessità storica del potere burocratico. 
Quindi la costruzione stessa delle burocrazie ope- 
raie da parte dei rivoluzionari era intesa come un 
momento tattico, una "fase di transizione" verso il 
socialismo. 

Da questo punto di vista era probabilamente 
esatta la critica degli anarchici che sostenevano 
l'impossibilità di costruire libertà tramite l'uso, pur 
ritenuto strumentale, di organizzazioni gerarchiche. 
La disamina di questo problema mi costringerebbe 
ad addentrarmi in un'analisi storico-politica che 
non ho intenzione di affrontare in questa sede, ma 
non mi sottraggo dall'affermare che, seppure il 
pensiero anarchico contiene elementi che forse 



andrebbero rivalutati, all'epoca in cui sorse, tale 
critica era una critica dalla lama spuntata, poiché 
non conteneva alcuna alternativa storicamente 
significativa. 

Dunque l'esperienza della costruzione di orga- 
nizzazioni burocratiche con intento propagandi- 
stico-rivoluzionario che, pervadendo gli anfratti 
lasciati scoperti dal potere borghese, tendessero a 
produrre un'alternativa complessiva, è già stata 
sperimentata ed ha già mostrato tutto il suo volto 
fallimentare. E' per questo che i vari partitici rivolu- 
zionari tuttora presenti nell'occidente industrializ- 
zato, seppure animati da compagni onesti e dotati 
delle migliori intenzioni, non hanno semplicemente 
alcun futuro. 

Ma questo non deve farci supporre che non 
esista più alcun futuro per la rivoluzione proletaria. 
Dobbiamo, più semplicemente, riappropriarci di 
quello spirito pionieristico che era tipico dei rivolu- 
zionari di inizio secolo che, in questo senso, pos- 
siamo ancora considerare nostri "maestri", con ri- 
spetto sì, ma senza nessuna deferenza. 

L'epoca che viviamo è un'epoca feconda di 
mutamenti, mutamenti che "possono", ma non 
necessariamente saranno, interpretabili in chiave 
rivoluzionaria. 

Ha perfettamente ragione Alter-ego quando 
dice che la rivoluzione informatica non porta 
"necessariamente" ad una società più orizzontale o 
demassificata. Solo la nostra azione cosciente po- 
trà sortire questo effetto. 

Il supporlo informatico contiene una novità so- 
stanziale rispetto alle vecchie forme di centralizza- 
zione. Infatti in passato il coordinamento e la cen- 
tralizzazione erano mediate dalle burocrazie, cioè 
organismi formati da esseri umani che, per il solo 
fatto di appartenere alle burocrazie stesse, acqui- 
sivano certi privilegi, che essi stessi tendevano a 
difendere attivamente. Oggi tale ruolo verrà svolto 
sempre di più da dei supporli tecnici che, non es- 
sendo umani, non possono rivendicare interessi 
specifici del campo umano. 

Cosa può significare per noi tutto ciò? 

Significa, molto semplicemente, che abbiamo la 
possibilità di realizzare, per la prima volta nella 
storia, un modello di organizzazione che, pur non 
essendo un partito, può tendere ad avere livelli di 
coordinamento molto più efficaci e che, pur avendo 
una dimensione collettiva ed una visione politica 
che abbraccia il collettivo, non annulla l'individuo 
ma anzi tende ad esaltarne le qualità. Un tipo di 
organizzazione, insomma, che ha tutti pregi di un 
partito senza averne i difetti. 


BASTA COI FILM IN BIANCO E NERO (leggi gri- 
giore burocratico): E' GIUNTO IL TEMPO DI GI- 
RARE IL FILM DELUV RIVOLUZIONE IN TECNI- 
COLOR! (leggi creatività autonoma) 

Non c'è davvero bisogno di andare lontano per 
trovare questa organizzazione: si chiama AUTO- 
NOMIA OPERAIA. 

Prego non smettete di leggere pensando che 
chi scrive sia un visionario: ritengo di conoscere 
abbastanza bene il movimento da sapere da solo 
che questa non è la realtà attuale dell'Autonomia. 

Eppure sono altrettanto convinto (ed ho la 
presunzione) di conoscere abbastanza bene il 
movimento, tanto da poter affermare che se è vero 
che tutto ciò non è in atto, è però oggettivamente 
in potenza. 

Provate un momento a seguire il mio ragiona- 
mento e sulla base di quanto segue costruite la 
vostra critica. 

In questo momento ho la percezione del movi- 
mento come di uno di quegli aeromodelli che si 
trovano nelle scatole di montaggio: esso contiene 
tutti i pezzi giusti per forgiare uno splendido proto- 
tipo, ma non è detto che qualcuno abbia intenzione 
di assemblarli. 

Esaminiamoli un pò separatamente. 

Punto primo: le capacità soggettive. 

Non mancano in nessuna zona: sia a nord che 
a sud abbiamo compagni capaci di sviluppare 
analisi adeguate ai territorio nel quale si muovono 
e che sviluppano un'attività spesso efficace nei 
confronti delle compagini sociali più diverse. 

Punto secondo: le trasformazioni epocali. 

Siamo l'unica organizzazione a tradizione 
marxista che si sia posta all'altezza di interpretare 
in modo dinamico ed attivo le nuove problematiche 
inerenti alla rivoluzione informatica (riferimento 
esplicito ad ECN). 

Punto terzo: le condizioni oggettive. 

E' evidente nel tessuto sociale nazionale, una 
esigenza di cambiamento che, seppur esprimen- 
dosi in modo perverso e reazionario, può ottenere 
una risposta seria solo in senso rivoluzionario. 

Punto quarto: situazione intemazionale. 

I nostri legami internazionali sono forse insuffi- 
centi ma esistono. La realtà internazionale stessa 
è in una fase più dinamica di quanto siamo abituati 
a pensare. Lo stesso laboratorio politico dell'est 
può sviluppare sorprese importanti, nella misura in 
cui saremo in grado di proporre un'alternativa 
complessiva che non rappresenti una semplice 
minestra riscaldata. 



VERSO UN'ASSEMBLAGGIO POSSIBILE. 

La risposta moderna ai problemi di coordina- 
mento và ricercata nell'unità programmatica. Qui 
per programma non si intende la lista della spesa 
degli obiettivi da raggiungere ma, al contrario, 
l'elaborazione viva di un modello programmatico 
continuamente in via di aggiornamento e ridefini- 
zione grazie al lavoro cosciente di moltitudini 
sempre più vaste di compagni. 

La lotta anticapitalista che attraversa in modo 
trasversale (o che termine moderno!) tutte le arti- 
colazioni del movimento, deve fungere da cro- 
giuolo rispetto al quale il successo di ogni lotta 
parziale viene necessariamente interpretato come 
un rafforzamento del progetto complessivo e quindi 
delle diverse e differenti articolazioni, in una realtà 
così funzionante, i comportamenti di generosità 
sociale, di aiuto e collaborazione all'altrui successo 
non sono più lasciati alla realizzazione di un in- 
tento "morale", ma sono il prodotto anche di una 
valutazione opportunista poiché si basano sulla 
consapevolezza che la base migliore del proprio 
successo e della propria individuale affermazione è 
da ricercarsi proprio ed esattamente nell'altrui af- 
fermazione e nell'altrui successo. 

Qui però l'abbattimento del metodo di produ- 
zione capitalista non può più venire inteso come un 
fine, ma come la base di partenza necessaria per 
iniziare a dare delle risposte concrete alle con- 
traddizioni concrete. 

Per cui la vecchia immagine della società post- 
capitalista come epoca della soluzione meccanica 
di tutte le contraddizioni deve necessariamente 
tramontare. Come si può, infatti, ipotizzare che il 
problema della sovrappopolazione o il problema 
del gap energetico o quello ecologico o quello della 
plurimillenaria subordinazione femminile o quello 
della differenza razziale e culturale possano essere 
risolti in modo semplicistico e definitivo? Non pos- 
siamo batterci per una società più appiattita ed 
omologata, ma al contrario la rivoluzione sociale 
sarà la base per l'esplosione della creatività e della 
scienza umane come fino ad ora non poteva ac- 
cadere, sarà la base per il confronto e la riproposi- 
zione in termini nuovi delle culture più diverse, per 
la effettiva affermazione dell'individualità per la so- 
cialità e della socialità per l'individualità in una 
continua sinergia aH'interno della quale si potrà 
parlare del vero inizio della storia umana dopo la 
emancipazione dalla barbarie. 

L'inizializzazione di questo processo può origi- 
narsi solo tramite un approccio creativo 
all'informatizzazione sociale, li fatto che il supporto 
informatico abbia caratteristiche interattive, può 
rompere l'autopercezione dell'individuo come puro 
fruitore passivo deH'immagine sociale (il 
"videodrome" di Alter-eghiana memoria) e fare sì 


che diventi membro attivo di un processo di comu- 
nicazione effettiva tra individui. Dobbiamo lavorare 
scientificamente per ridurre nuovamente la tecno- 
logia a puro supporto delle esigenze umane, 
spezzando attivamente il tentativo costantemente 
riproposto dal capitale di ridurre l'essere umano, 
maschio o femmina che sia, ad un mero supporto 
delle esigenze tecnologiche (cosa che ci fanno 
passare come necessario effetto del "progresso"). 

Dobbiamo ripensare e rivalutare il ruolo di ECN 
aH'interno del movimento: è esattamente questo 
supporto che può fungere da base per un coordi- 
namento che non sia mediato burocraticamente 
ma che sia immediatamente basato sulla co- 
scienza dei singoli compagni che, grazie al con- 
fronto-scambio continuo con compagni di altre re- 
altà nazionali ed internazionali, possono lavorare 
sempre più scientificamente sia per l'abbattimento 
di questo che per la creazione di un sistema "altro" 
da questo. 

MENO TELEVISIONE - PIU' ECN 

Credo sia questo uno degli slogan che devono 
circolare all'interno del movimento. Se ogni com- 
pagno/a dedicassero almeno un'ora del tempo che 
ogni giorno sicuramente dedicano alla televisione 
per imparare ad utilizzare ECN in base alle loro 
stesse esigenze, vivendo questo tempo come la 
conquista di uno spazio di libertà, inizieremmo ad 
avviarci verso una valorizzazione piena della rete. 
Se poi sempre più persone tra noi sviluppassero il 
desiderio-esigenza di contribuire al dibattito o 
aH'arhcchimento delle informazioni di rete, inizie- 
remmo a porre le basi per il superamento 
dell'esigenza stessa di ricorrere al mezzo televi- 
sivo, poiché le nostre informazioni ed il livello del 
nostro dibattito tenderebbero ad essere oggettiva- 
mente superiori a quelle che ci può offrire il 
"mercato". 

Se tutto ciò iniziasse concretamente a realiz- 
zarsi, ci troveremmo ad un certo punto con un tale 
livello di dinamica antagonista in atto, che sfuggi- 
rebbe dal nostro stesso controllo: a quel punto le 
ore per la borghesia sarebbero definitivamente 
contate poiché per tenere sotto controllo dei flussi 
di dati e connessioni sempre più veloci e molteplici, 
dovrebbe istituire una quantità di controllori espo- 
nenziale rispetto a quella di coloro coinvolti nei 
movimenti, sostanzialmente fagocitando l'intera 
società cioè facendosi essa stessa movimento 
(cosa realisticamente impossibile perché contrad- 
dittoria) oppure distruggere la basi stesse di tra- 
smissione dei dati in una sorta di Harakiri (da noi 
auspicato). 

Tutto ciò è realistico ammeno che non sì ponga 
in dubbio che il capitalismo sia in grado di rispon- 
dere realmente all'esigenza di estrinsecazione 



delle potenzialità umane: dal mio punto di vista mi 
pare che non ci sia bisogno di ricorrere all'analisi 
degli studi compiuti dagli esponenti della scuola di 
Francoforte, ma che la disamina che del capitale 
aveva fatto Marx già basti ed avanzi! 

In tale contesto tutto verrebbe messo in di- 
scussione: partendo dal concetto di disalienazione 
dei processi di apprendimento tramite la creazione 
attiva di processi di autoapprendimento funzionali 
alle proprie esigenze e cioè a quelle collettive in un 
crescendo di individualizzazione-socializzazione 
delle conoscenze, fino al punto in cui si giunge- 
rebbe alla creazione di una distribuzione alterna- 
tiva delle merci razionalmente concepita, previa 
riappropiazione violenta dei mezzi di produzione 
(ma in questo caso il livello di violenza verrebbe 
determinato dal livello di scontro che noi impor- 
remmo aH'awersario di classe). 

In pratica dobbiamo costruire una circolarità di 
passaggi informativi nei quali il movimento femmi- 
nista impari ed insegni al movimento ecologista, il 
quale faccia lo stesso col movimento operaio, lo 
stesso col movimento antirazzista, con quello di 
solidarietà internazionalista, ecc. e daccapo in una 
continua sinergia di passaggi coi quali i vari movi- 
menti si nutrano a vicenda con l'esperienza sog- 
gettiva delle singole lotte via via socializzata e 
riutilizzata nelle lotte a venire. 

Per concludere faccio mio un passo di Alter- 
ego tratto da Invarianti, rimaneggiato e quindi 
stravolto rispetto al suo significato originale:<<...il 
nostro scopo dev'essere ASSECONDARE 
L'ENTROPIA CAPITALISTA . assecondarne 
l'avanzare e prepararsi a PROSPERARE SUL 
CAOS, imponendo continuamente il nostro gioco 
senza lasciare al nostro nemico, neppure per un 
solo attimo, la possibilità di riprendere fiato. Solo 
così, solo cioè riappropriandoci di una visione 
maggioritaria nella quale potremo mettere in 
campo un'intelligenza collettiva che, proprio in 
quanto collettiva, sarà incomparabilmente supe- 
riore a quella capitalista potremo realisticamente, 
cioè in modo non velleitario, riappropriarci di quella 
parola d'ordine rivendicata da alcuni compagni in 
un documento immesso in rete tempo fà che 
chiedeva, argomentadolo, CURCIO LIBERO!». 

Aprile '92. 


Infine consiglio al "nostro", nel caso pensi di fare 
una replica rispetto a questo testo e se pensa gli 
possa essere utile altro materiale da me prodotto, 
di chiedere al Sysop di Bologna di consegnargli il 
documento RIV1992.DOC. Naturalmente, nel caso 
lo utilizzi nella risposta, è invitato ad invitare il Sy- 
sop stesso ad immetterlo in rete. 

Naturalmente chiunque sia interessato a 
quest'altro documento può farne richiesta al per- 
sonaggio di cui sopra (della serie: piccola ed in- 
nocente? ma furbesca pubblicità antagonista). 


P.S. Se qualcuno ha avuto l'impressione che la 
polemica con Alter-ego sia anche stata un mezzo 
per proporre tutta una serie di idee personali, ha 
perfettamente ragione. 

Ritengo anzi che chiunque voglia prendere spunto 
da queste due provocazioni ed immettersi attiva- 
mente nella polemica aperta tra me ed Alter-ego, 
sarà il benvenuto da ambedue. 



10 FUe : LASTWORD.ZIP 


HEGEL ALLA LUCE DI HEMINGWAY 


1. I possibili soggetti antagonisti di questa fase 

storica sono il prodotto dell'attuale mutazione, della 
crisi-sviluppo capitalistica mondiale. L'evolversi dei 
dispositivi produttivi e' anche un ridisegnarsi di ogni 
orizzonte critico, un ribollire di ogni paradigma 
epistemologico, e produce rappresentazioni del 
mondo che invadono il quotidiano, riempiono gli 
ambiti di vita individuali e sociali, vengono 
consumate come merce e ad un tempo addestrano 
la forza-lavoro/consumo alla nuova dimensione 
del dominio e della (ri) produzione sociale. Fin qui 
non ci spostiamo di molto dal discorso 
STRUTTUFIA-SOVFIASTRUTTUFIA, ma noi oggi 
assistiamo allo scambiarsi e mutevole rispecchiarsi 
di questi due termini; la riconducibilita' delle 
costruzioni ideologiche dominanti al "ciclo" non e' 
piu' solo formale, ( vale a dire: oggi l'immagine 
sociale del potere di classe non e' semplicemente 
- se mai lo e' stata - un puntello per la 
conservazione dei rapporti di proprietà' e di 
produzione ) bensi' lo spettacolo e' assolutamente 
INTERNO al ciclo. Il cervello sociale addestrato 
dallo spettacolo e' messo al servizio della produ- 
zione sociale di "beni" e servizi, l'attuale 
produzione sistemica e circolare in cui il lavoratore 
salariato e' costretto ad erogare creatività' per un 
miglioramento continuo delle procedure ( dal 
funzionamento dell'apparato macchinico alle 

strategie di marketing). 

2. L'ideologia - che oggi ha acquisito la massima 
icasticità' e velocita' di diffusione, divenendo 
spettacolo sociale - delimita lo sviluppo del 
General Intellect, preservandolo da eventuali 
devianze o dal formarsi di ISTANZE DI POTERE . 

E non solo: l'ideologia e' anche il prodotto del ciclo, 
viene prodotta come merce e consumata come 
tale: l'industria culturale e' morta perche' e' 
dappertutto. Nella società' dello spettacolo ogni 
processo di valorizzazione della merce e' 
impregnato di estetismo, ogni produzione e' prima 
di tutto produzione segnica, che nelle società' di 
classe significa PRODUZIONE 

IMMEDIATAMENTE IDEOLOGICA. 

3. Ideologia che produce procedimenti di 
produzione di ideologia, questa e' la circolarità' 
sistemica attuale. L'unica referenzialita' dei segni 
che percorrono l'ambiente vitale e' la referenzialita' 
ad altri segni: diviene possibile una speculazione 
illimitata nei discorsi, un'inflazione inquantificabite 


della parola, un continuo rimando dei segni 
unicamente a se stessi, proprio come avviene nella 
speculazione finanziaria ( altra incredibile 
astrazione al quadrato, lontana secoli-luce dai 
referente reale della merce e molto distante 
persino dal primo livello di astrazione, la vecchia 
convertibilità' in oro, che in effetti era solo un'inutile 
pietra ). 

Lo spettacolo, al pari del denaro, e' ora un 
equivalente generale, e' la merce universale della 
produzione sistemica postfordista, 

4. Dietro tutto questo vi e' la realta' della 
PRODUZIONE FINE A SE STESSA, il folle 
progetto di un comando allo stato puro, senza piu' 
bisogno di profitto, prezzo, plusvalore e altre 
variabili che il capitale ha già' svuotato di senso per 
mantenerle ormai come meri modelli di 
simulazione, allo scopo di raggiungere la forma 
perfetta, estrema, levigata, ETERNA del rapporto 
sociale ( ['"utopia capitale", una rappresentazione 
ideologica a cui il capitale stesso ha finito per 
credere ). 

5. Lo spettacolo e' qualcosa di tangibile, un tumore 
che scoppia e si diffonde nella vita-mercato, 
alimentandola e venendone successivamente 
riprodotto. Alle attuali rappresentazioni del mondo 
l'insorgenza di soggetti conflittuali e 
intenzionalmente antisistemici va ascritta come 
tendenza immanente. La frammentazione del 
reale, l'apparente sgretolamento del punto di vista 
soggettivo in grado di cogliere una totalità', ha 
coperto tutta l'arena dei rapporti sociali. Lo 
spettacolo della separazione quotidiana non può' 
essere rovesciato "dall'esterno"; vale a dire: non 
esistono punti archimedici fuori delle tendenze in 
atto, e' inimmaginabile un'assoluta alterita' del 
punto di vista da parte di soggetti che sono - e 
sanno di essere - il portato della modernizzazione. 
Lo scardinamento degli equilibri sistemici va 
cercato SPORCANDOSI LE MANI NELLA 
MODERNIZZAZIONE ambendo pero' alia 
separatezza, alla secessione, all'autonomia 
sociale. 

5/b. Occorre partire dalla consapevolezza che 
l'ideologia non e' semplice "menzogna" 
sovrapposta alla "verità"' nuda e cruda dei rapporti 
di produzione. Lo stesso Marx al riguardo non era 
cosi' rigido come si e' tramandato : "La dottrina 
materialistica della modificazione delle circostanze 
e dell'educazione dimentica che le circostanze 
sono modificate dagli uomini e che l'educatore 
stesso dev'essere educato. Essa e' costretta a 
separare la società' in due parti, delle quali l'una e' 
sollevata al di sopra della società' stessa". Tesi su 
Feuerbach, III. 



Questo e' il primo passo per far compiere al 
conflitto sociale il cammino inverso a quello 
impostogli dai meccanismi del recupero (dalla 
negazione radicale alla sua ricodificazione e 
integrazione nei discorsi dominanti): maturata nel 
sistema - nelle sue interzone - la conoscenza del 
suo funzionamento, evaderne per usare quel 
sapere a fini di sovversione, per sfondare con 
l'imprevedibilita' deH'ambiente le porte e i pavimenti 
del sistema. Separatezza come controtendenza. E' 
evidente come do' non possa ne' debba essere 
scambiato per una “vocazione alla marginalità'", 
poiché' la prospettiva e' radicalmente differente, e' 
quella del lavoro sui residui e sulle eccedenze, 
sullo scarto - nel duplice senso di "pattume" e di 
"sfasatura" - nel processo di adattamento 
sistemico ai / contenimento sistemico del / CAOS. 

5/c. Per questo le rappresentazioni ideologiche 
dominanti vanno assunte e lavorate daH'interno per 
cortocircuitarle. L'apparente accettazione dei 
presupposti del discorso spettacolare nasconde 
cosi' la VIOLENZA TEORICA di cui scriveva 
Baudrillard quando era al massimo della forma. 
Cosi', giocare Luhmann contro Luhmann, lo 
spettacolo contro se stesso, il postmoderno contro 
la postmodernità' (e viceversa). 

" E finalmente, do' che ci e' dato ora, non e' la 
possibilità' di inventare un nuovo codice dello 
spazio, ma piuttosto di giocare con il codice in 
modo da produrre degli effetti assurdi" ( Marc Le 
Bot, "Tavola rotonda sulla morte automobilistica"). 

§ § § 

6. Da tempo l'impianto simbolico-mitologico su cui 
ridefinire (e in cui mascherare) l'esercizio del 
comando non e' piu' fornito al capitale 
daN'economia politica, bensì' dalla cibernetica, dai 
modelli della zoosemiotica, dallo studio dello 
sviluppo degli organismi viventi: la Teoria dei 
sistemi di Luhmann, da anni unica dominante 
culturale per quanto riguarda la pianificazione 
politica ed il suo retroagire sulla sfera del Diritto, e' 
solo una "struttura di strutture di comunicazione", 
un albero ( un videodromel), e nel formarsi ha 
contratto innumerevoli debiti con la cibernetica; 
tutto il movimento di capitali e informazioni nel 
pieno della cosiddetta "terza rivoluzione 
industriale", e' esplicitamente calcato sul modello 
delle reti neurali. Viviamo in una società' 
desossiribonucleica. 

Ne consegue, ad esempio, che il sistema 
massmediale non e' solo "un coefficiente di 
ideologie determinate altrove" ( magari nel 
rapporto di fabbrica), non si limita a distribuire 
oppio culturale diretto a produrre consenso, ma e' 
un diretto operatore di ideologia: i media sono 


mezzi di produzione. Di piu', il videodrome e' il 
rapporto stesso di produzione, il rapporto 
emittente-ricettore su cui si basa tutta la 
circolazione della merce-segno, merce che genera 
comando e ne viene a sua volta generata. 

6/b. Sta tutto qui il fenomeno chiamato “morte del 
sociale": da un lato la neutralizzazione del senso 
sociale nell' incessante bombardamento 
informativo, guerra dei segni che ha come risultato 
una massa atomizzata la cui inerzia "e' 
letteralmente insondabile: nessun sondaggio la 
renderà' visibile, perche' i sondaggi sono fatti per 
cancellarla" (J. Baudrillard, "All'ombra delle 
maggioranze silenziose", 1978); dall'altro, il mutare 
delle condizioni in cui si riproduce la forza-lavoro, 
processo che avviene tutto in questo effimero non- 
territorio solcato da messaggi iperveloci. Anche qui 
comunque c'e' uno scontro di interessi e strategie: 
dove c'e' riproduzione del rapporto di sfruttamento, 
ci sono anche le condizioni strutturali perche' 
l'autovalorizzazione proletaria divenga 
insubordinazione diffusa. 

7. E il plusvalore? E il profitto, e il valore d'uso? E 
la crisi? E la produzione stessa? Cosa sono 
divenute le categorie dell'economia politica? 

Non manca di suscitare polemiche qualsiasi 
intervento sul valore d'uso, sul suo decesso o sulla 
sua resurrezione, sul suo assumere nuove forme ( 
quasi gli piacesse acquattarsi nel sottobosco 
segnico per poi sbucare fuori aH'improvviso, a 
smentire gli apocalittici e consolare i fiduciosi). 
Secondo alcuni osservatori, sulla scia de 
L'Ecomarxismo di O'Connor, il valore d'uso si 
sarebbe oggi spostato nelle condizioni della 
produzione, vale a dire nei limiti sociali ed ecologici 
dello sviluppo. Ma alla necessita' di una 
produzione non nociva - pena l'estirpazione della 
specie umana dal pianeta - la risposta sarebbe 
ancora una volta in termini di valore di scambio (il 
colossale business del disinquinamento). Questa si 
configurerebbe come la forma piu' attuale della 
contraddizione tra i due valori della merce. 

Tutto sembra filare, eppure qualcosa sfugge a 
questo schemino: la posta in gioco del ri- 
sanamento, piu' che il profitto, sembra essere 
un'ulteriore normazione dei comportamenti, 
finalizzata all'esercizio di un comando nella sua 
forma piu' "pura". Si', perche' la scommessa ( o il 
sogno) del modo di produzione capitalistico e' oggi 
quella di sopravvivere alle devastazioni che ha 
causato, trasformare la crisi in forza riproduttiva del 
dominio, rovesciare la potenziale "fine del pianeta" 
in effettuale "fine della storia". 

"In questo planning riproduttivo, il capolavoro 
promette di essere l'anti-inquinamento, in cui tutto 
il sistema 'produttivo' e' in procinto di riciclarsi 



sull'eliminazione dei propri rifiuti - equazione 
gigantesca con risultato nullo, e tuttavia non nullo, 
dato che con la 'dialettica' 
inquinamento/disinquinamento si profila la 
speranza di una crescita senza fine" (J. Baudrillard, 
"La fine della produzione", 1976). 

Possiamo estendere questo interrogativo in tutte le 
direzioni, e sempre giungeremo alla stessa 
inquietante conclusione: non profitto ma comando, 
non "decadenza del capitalismo" ma "utopia del 
capitale", il valore di scambio come alibi del 
dominio del codice come il valore d'uso era l'alibi 
del valore di scambio. 

8. Nel capitalismo avanzato fino alla sua fase 
spettacolare, la produzione ( meglio, 
l'assegnazione al lavoro ) non ha piu' come fine 
principale il profitto, bensi' la riproduzione e 
l'allargamento del comando. La produzione come 
"abito sociale", come "assegnazione al lavoro", 
come socializzazione mediante / segni di 
comportamenti normati. La produzione come 
"rituale dei segni del lavoro", il rapporto salariale 
come codice. 

La "sfera" del consumo - che non e' piu' una sfera 
separata, coincide con l'intera sociosfera - rimane 
determinata dal rapporto di produzione, ma l'ottica 
e' sempre quella dell' esercizio di comando: il 
disciplinamento produttivo ha per scopo il 
disciplinamento sociale (e anche viceversa, in virtù' 
dell'irreferenziaiita' della produzione alla sua antica 
base reale, il bisogno materiale). 

L'autoriflessivita' sistemica permette al capitale di 
accantonare la legge del valore, e la forza-lavoro 
diviene piu' che altro uno statuto d'obbedienza al 
"terrorismo del codice". Attenzione: l'economia 
politica non scompare ma la mutazione ce la 
restituisce come mero reticolo di rappresentazioni 
allegoriche del comando, come modello di 
simulazione - che e' diverso da "finzione" in 
quanto non presuppone l'irrealtà' o la falsità' di ciò' 
che dal modello viene fatto derivare -. 

8/b. Rimane anche la dimensione dello 
sfruttamento, ma il suo parametro di quanti- 
ficazione non e' piu' il plusvalore, ed il suo 
immaginario di riferimento non e' piu' quello 
pauperistico: e' sfruttato chi, pur partecipando al 
rituale della continua ridefinizione qualitativa del 
comando sistemico, non ne trae adeguato 
compenso in termini di emancipazione dal codice 
("creativi", programmatori informatici, funzionari 
mediali, insegnanti, tutta la nebulosa del lavoro in- 
tellettuale proletarizzato). Lo sfruttamento si misura 
oggi nel divario tra le nuove forme di 
autovalorizzazione proletaria ed il perfezionamento 
del codice al cui interno vengono immancabilmente 
ricondotte. 


9. "Per questo e' importante oggi comprendere 
come il processo di sussunzione reale del lavoro 
nel capitale tolga ogni residua dialetticita' al 
rapporto: e' il capitale a organizzare le condizioni 
della valorizzazione, ma queste sono ormai 
interamente possedute dal lavoro vivo. Il capitale si 
limita ad inseguire il lavoro vivo, a costringere nelle 
maglie dei comando l'autovalorizzazione proletaria: 
ancora, produzione di merci a mezzo di comando; 
di piu', produzione di comando a mezzo di 
comando" ( da "Imperialismo ed economia- 
mondo", su "Autonomia" n.48, dicembre 1990). 
Vero, ma la dialettica lotte operaie-sviluppo 
capitalistico non si e' mica esaurita perche' e' 
passata di moda! Essa si e' "suicidata" 
realizzandosi in tutta la produzione ideologica 
sistemica. L'autovalorizzazione proletaria ha la sua 
antitesi nell'abito sociale del lavoro, si scontra con 
esso, e la ricodificazione della rivolta del lavoro 
vivo nei dispositivi di perfezionamento del 
comando e' la necessaria sintesi del "processo". 
Questa aufhebung rigenera il capitale ma pone le 
condizione per una nuova autovalorizzazione 
proletaria, ed il "processo" continua. Il capitale e' 
ancora dialettico anche se se ne vergogna, e la 
forma attuale della dialettica e' quella della 
commistione linguistica motrice deH'immagine 
sociale. Spetta al lavoro vivo spezzare col proprio 
divenire-vita il divenire-morte del capitale. 

10. Il "lavoro intellettuale" nella sua accezione piu' 
vasta può' includere anche le diverse subculture 
giovanili, spesso capaci di prefigurare in un'unica 
detonazione i futuri processi di valorizzazione della 
merce-segno, e allo stesso tempo di produrre 
anomalie nella capacita' capitalistica di disciplina- 
mento sociale. 

Il punk inglese vale da paradigma, soprattutto per 
l'estrema compressione temporale della sua 
parabola dall'oltraggio al recupero. Ogni 
esperienza di questo tipo disegna un' interzona, 
l'istante in cui c'e' già' stata la detonazione ma non 
sono ancora partite le strategie di ricodificazione 
ideologico-mercantile. Tutti i futuri progetti di 
liberazione dal comando e dal lavoro hanno il 
proprio corso abbozzato in questi istanti, in cui 
ognuno di noi e' responsabile del destino di tutto il 
"proletariato diffuso" presente e futuro. Il 
sabotaggio del codice e dello spettacolo sociale 
troverà' la sua efficacia strategotattica solo se 
sapremo esplorare le interzone, se sapremo 
individuarle nel loro formarsi caotico e aleatorio, se 
sapremo disegnarne sempre di piu', per renderle 
sempre piu' estese nello spazio-tempo. 

1 1 . "Prosperare sul caos" non e' un semplice 
ribaltare in negativo le vecchie filosofie evo- 



luzionìstiche della storia, ma e' il tentativo di 
inceppare i meccanismi di selezione e integrazione 
con cui il sistema trasforma in varietà' controllata la 
varietà' disordinata dell'ambiente. "La dinamica del 
rapporto tra sistema e ambiente e' in ogni caso 
dipendente dai diverso livello di complessità' dei 
sistema rispetto all'ambiente. L'ambiente e' piu' 
complesso ( giacche' e' tendenzialmente meno 
determinato e piu' problematico) del sistema; e il 
sistema per rispondere alla complessità' 
deH'ambiente deve a sua volta complessificarsi 
incesantemente, ma deve anche funzionare da 
riduttore della complessità' dell'ambiente, giacche', 
SE FOSSE INVESTITO DALLA COMPLESSITÀ' 
FLUTTUANTE DELL'AMBIENTE (enfasi mia), fi- 
nirebbe col perdere l'identità' del punto di vista che 
lo fa sussistere come sistema" ( P. Barcellona, "Il 
capitale come puro spirito"). 

Operare nelle interzone per revertire le strategie di 
recupero, irrompere nell'ordine simbolico, far 
giocare contro il sistema tutta l'inerzia del suo 
complessificarsi. 


Roberto Bui, aprile '92 


Bibliografia consultata 

Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la 
morte, Feltrinelli 1979 e 1990 

Jean Baudrillard, All'ombra delle maggioranze 
silenziose o la morte del sociale. Cappelli 1978. 

Pietro Barcellona, L'individualismo proprietario, 
Boringhieri 1987 

Pietro Barcellona, li capitale come puro spirito. 
Editori Riuniti, 1990. 

Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza, De 
Donato 1974 

Giorgio Cesarano, Critica dell'Utopia Capitale, 
Varani 1979. 

Guy Debord, La società' dello spettacolo e 
Commentari sulla società' dello spettacolo, 

SugarCo 1990. 

Decoder, nn.1-6, ShaKe 1987-91 

Dick Hebdige, Sottocultura. Il fascino di uno 
stile innaturale. Costa & Nolan 1991. 

Robert A. Heinlein, La luna e' una severa 
maestra, Mondadori 1966. 

Invarianti, nn.14-19. Pellicani 1990-92. 

Luogo Comune, nn.1-3, General Intellect 1990-91 

Greil Marcus, Tracce di Rossetto. Percorsi 
invisibili nella cultura del Novecento dal dada ai 
Sex Pistois, Leonardo 1991. 

John Shirley, Transmaniacon, Mondadori 1979 

Paul Virilio, L'orizzonte negativo. Costa & Nolan 
1990. 



11 File : ELOGIO.TXT 


Elogio delia videoscrittura. 

A qualcuno dei sinistri figuri che si coliegano 
tramite questa rete, oppure delle entità più o meno 
antagoniste che vi scorrono, veicolando e traendo 
informazioni, è capitato di recente di fare un 
concorso scritto? Uno di quelli, per intendersi, con 
tempo fisso per la prova, cioè un numero di ore 
determinato per bruttacopia + bellacopia? Un 
concorso, aggiungiamo, di quelli che contano, tipo 
si 0 no, dentro o fuori, non di quelli che si fanno “di 
passaggio”, per tentare. 

Se si, l'entità non può non essersi resa conto, 
magari con sorpresa, di quanto io strumento con 
cui da un po' di tempo ha preso a trastullarsi - 
questo intervento,awertiamo subito, rimane 
attestato sul livello del rapporto tra l'operatore ed il 
suo programma, senza avventurarsi nell'universo 
delle reti! - abbia influito sulle sue capacità e sul 
suo modo di esprimersi. E forse qualcosa di più... 
All'inizio, a dire il vero, non pare: il nostro soggetto 
comincia tutto fiducioso a lavorare sulla 
bruttacopia, gioca con freccette, sgorbi, correzioni 
e cancellazioni. Passa sopra il già scritto, ed in 
certo modo non trova differenze sostanziali con la 
videoscrittura. Non fosse per il fatto che il tempo 
intanto passa, e tutto quanto sta facendo dovrà 
venire ricominciato daccapo. 

Poi, ad un certo momento, il concorrente virtuale 
si accorgerà immancabilmente di essere quasi a 
metà del tempo. Non è ancora angoscia, però.. 

Subito, appena cominciata a scrivere la bel- 
lacopia, l'impatto del cambiamento rispetto a 
quanto si era ormai abituato a fare con il proprio 
fidato computerino si rivela nella sua brutalità. E 
una sorpresa, tra l'altro: non aveva un ricordo così 
negativo della vecchia penna! 

Resta un fatto incontrovertibile: quello che il nostro 
figuro sta scrivendo è fisso, rigido, in altre parole 
inalterabile e fortemente condizionante. Certo, ha 
ancora davanti a sè ore di lavoro; il tempo è però 
già scaduto per le prime frasi che è venuto intanto 
snocciolando, definitive e morte dal momento in cui 
sono state scritte. Il paragone con altri strumenti di 
scrittura meccanica lascia il tempo che trova: a 
macchina o a ciclostile, a penna o con un 
bastoncino, rimane una rettilineità assurda, 
fastidiosa e mortificante! Chissà, forse la tavoletta 
di cera degli scolari dell'antichità era un po' più 
libera.. non tale comunque da modificare la 
unidirezionalità del percorso fondato sulla scrittura. 
Mentre il nostro eroe divaga, il tempo passa e la 
situazione si aggrava. Le singole frasi e pensieri 
che partorisce assomigliano oramai a pensierini 


delle elementari, accostati l'uno di seguito all'altro, 
fisicamente e temporalmente. Intuisce che non si 
tratta solo di non modificabilità, di spreco di tempo: 
quella che è divenuta impossibile è la dislocazione 
del suo lavoro, nel senso della possibilità di mo- 
dificarlo, all'indietro come in avanti, a partire dal 
punto più alto di riflessione/comprensione che 
intanto ha raggiunto. 

Gli è invece imposta una tecnica di ragionamento- 
comunicazione del tutto priva di retroazione e di 
ricorsività, che impedisce, o comunque contrasta, 
una adeguata produzione di soggettività. Non a 
caso, a pensarci, lo stesso approfondimento della 
nozione dì ricorsività nello sviluppo degli studi sul 
pensiero è coevo al prendere piede del dibattito 
sull'intelligenza artificiale. 

Allora, mettiamo pure.. .nero su bianco: Re- 
troazione contro Verbo, Danza di Shiva versus 
Logos, Rete di soggettività autovalorizzanti centra 
Popolo del Libro! 

Scalando rapidamente all'indietro da simili 
..deliranti esaltazioni, si può osservare il nostro 
candidato virtuale intento ai suoi ultimi, sconsolati 
pensierini: denota insoddisfazione, frustrazione, 
disfacimento. ..meglio abbandonarlo proprio, a 
questo punto! 

Il fruitore della rete, se sì è lasciato attirare da 
questo file, avrà probabilmente le ciglia corrugate, 
in attesa di spiegazioni che riportino il giochino in 
un quadro interpretativo serio e rassicurante. 
Questa volta no! Vecchi di provocazioni, la tiriamo 
proprio fino in fondo: videoscrittura è tempo, 
videoscrittura è libertà, videoscrittura - magari con 
un po' di sforzo - è autopoiesi. Ohibò! 

Videoscrittura è tempo: lo capisce chiunque. 
Rispetto ad un qualsiasi limite temporale di 
produzione-elaborazione è possibile lavorare fino 
all'ultimo secondo, senza che vada perso niente. 
Nella sua banalità, non è cosa da sottovalutare. 

Anche il discorso sulla libertà è chiaro, e 
strettamente legato: rompendo la prigione della 
linearità, il mezzo che usiamo ci consente 
collegamenti e nessi logico-espressivi altrimenti 
impossibili. Certo, si tratta di un condizionamento! 
Quanto profondo, anzi, lo comprendiamo solo nella 
situazione illustrata dalla parabola descritta. Ma 
questo vuol forse dire che si tratta di una 
limitazione? 

Quanto alla affermata caratteristica autopoietica 
della videoscrittura, si è voluto, forzando, 

sottolineare il dato della ricorsività. 

Si tratta davvero di un elemento centrale! 
Consentendo una forma di elaborazione 

concettuale fondata sul presente continuo - quello 
stesso processo, lo ammettiamo francamente, che 
sul piano dell'informazione di regime consente le 
peggiori falsificazioni storiche, come vediamo e 
sentiamo tutti i giorni attorno a noi - il nostro 


programmino di videoscrittura ci aiuta invero a 
superare soglie di livello di comprensione e ad 
operare dislocazioni di pensiero dove prima 
eravamo costretti a procedeva con l'unidirezionalità 
del passaggio e della concatenazione logica. 

C'è una interazione, un ampliamento delle 
potenzialità? Dobbiamo arrivare a vedere il nostro 
p.c. come un elevatore delle nostre capacità 
autovalorizzanti? Di certo, appare realìstico 
ritenere che questo fenomeno tende a rompere il 
Logos-dominio che ha informato di sè un lungo 
periodo della civiltà. 

Quantomeno vedano di non rimpiangerlo, quel 
modo del dominio, coloro che non sono veramente 
convinti del percorso e dei discorsi che si stanno 
abbozzando attorno alla rete! 

Come si vede, malgrado le promesse e gli sforzi, in 
questo intervento si è finito, purtroppo , per tornare 
a parlare in termini di mediazione e di analisi 
prepositiva. 

Il nostro candidato, esaminando, concorrente, è 
tuttavia assai più radicale: Al prossimo concorso, 
grida, vogliamo il p.c., e il word, o che altro al suo 
posto! Basta con penne, biro, fogli protocollo, e 
simili assurdità o trappole per orsi! E nessuno, 
assolutamente nessuno, potrà convincerlo che non 
si tratti di una parola d'ordine qualificante, che ben 
si adatta alle necessità e si inserisce nell'orizzonte 
del moderno soggetto metropolitano.